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Rubrica per quelli che credono che i dettagli facciano la differenza, ma non hanno capito l'argomento principale.

17. DELL’IMPORTANZA DI AVERE SANTI IN PARANOIA

di:

Quando sei piccolo, no, ti invogliano a credere delle cose, no, che quando poi, no, realizzi essere complicate, no, fai fatica ad inserire in un contesto, no, che poi, no, tendenzialmente, no, sei portato a rifiutare.

L’influenza di tutti quei “no”, degli intercalari, di certi modi di dire, a volte della “erre” moscia (sì, il rotacismo, sì), il sigmantismo e le dislalie in genere sono dei perfetti espedienti narrativi se il centro del discorso è un buco nero concettuale. L’inconsistenza di ciò che ci stiamo dicendo azzanna alla giugulare il motivo per il quale stiamo parlando (socializzare, dicono sia solo un modo per socializzare) e lo trasforma in uno sbilenco motivo maggiore, esattamente come in uno di quei film di vampiri ma non sai mai se ti andrà a finire come nel classico Dracula di Bram Stoker (1992, di Francis Ford Coppola) o ti toccherà riconoscerti in uno dei protagonisti di What We Do in the Shadows (2014, scritto, diretto ed interpretato da Taika Waititi e Jemaine Clement).

Io me li ricordo quei racconti, completi dei conseguenti adattamenti cinematografici in cui il punto di partenza della narrazione era un non meglio precisato (questioni di pathos) luogo conosciuto come Tana del Bianconiglio (una qualunque Alice nel Paese delle Meraviglie vi venga in mente). Ricordo che la parte migliore è sempre stata, per quanto mi riguarda, che il luogo da cui tutto ha inizio era la Tana del Biancoglione. Riderci da ragazzini è un modo per esorcizzare la visione di un classico Disney puntando tutto sulla spocchia innocente del sentirsi adulti; riderci a vent’anni è un ricordo di quanto fossi piccolo e scemo da piccolo e scemo; riderci dopo a quaranta è la consapevolezza di essere tu il Biancoglione e di essere tu alla stramaledetta ricerca della Tana e di quel Buco dentro il quale affondare e sparire per un po’ (ancora meglio se “per sempre”, ma sarebbe troppa grazia e questa non è una rubrica che fa dell’ottimismo il proprio punto di forza, accontentati). Il bastone e i carotaggi. Testare per poi tastare il polso della situazione che sembra buona. Sembra. Buona. Sembra. Appare. Che cos’è l’ottimismo se non quella inconcludente consapevolezza di chi crede in Dio? Ma Dio (un film qualunque con Dio, un film qualunque in cui si parla di Dio) non esiste e l’unica accezione interessante del fatidico “a sua immagine e somiglianza” è quella in cui non esistiamo nemmeno noi. È questo che succede a noi terreni: scaviamo nel nostra anima alla ricerca di quella purezza che quando troviamo, semmai la trovassimo, non riconoscendoci in grado di averla potuta generare, attribuiamo a qualcosa più grande di noi. Noi, voi, loro, essi. Eh, sì…

Quando sei grande, no, ti imbrigliano a perdere nelle cose, no, che quando poi, no, realizzi essere conclamate, no, fai fatica a far fluire in un contesto, no, che poi, no, tendenzialmente, no, sei portato a confermare.

Dire di sì a tutti i costi per evitare che i costi diventino insopportabili. Lo spettro dell’indigenza (non ci sono acchiappafantasmi che tengano) impone rigore e disciplina, a meno di non considerare la rapina creativa (Point Break, 1991, di Katrhryn Bigelow) come l’unico sport estremo capace di preparati a qualunque cosa possa accadere nel percorso tra il primo vagito e l’ultimo respiro.

La semina, la raccolta, il seminario, la questua. Non è questo che accade quando, questura alle calcagna, decidiamo di affidarci al tanto che i santi vendono come vanto? A quanto è quotata oggi la salvezza? Azioni e reazioni si fondono, in un clima infernale in cui l’aureola smetterà di brillare di luce propria affidandosi al libero mercato. La borsa valori dei santi-brokers è il purgatorio sulla Terra da annaffiare con il nostro sangue, come ci ha insegnato il figlio dell’azionista di maggioranza (La passione di Cristo, 2004, di Mel Gibson).

Non ho mai apprezzato quelli che dicono che “il valore di una persona risiede in ciò che è capace di dare e non in ciò che è capace di prendere” perché solitamente sono loro quelli che prendono. Tutto. In preda a disturbi di tipo cognitivo-comportamentali dalla matrice più che chiara, lucente. Non ho mai apprezzato quelli che dicono “scherza coi fanti ma lascia stare i santi” perché solitamente sono loro quelli che non capiscono le battute.

La ressa è finita, andate in paranoia.