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Ho avuto le visioni è una rubrica satirico- sarcastico- umoristica sul cinema. Lontanissima dal palo nel deretano e dalla presunzione e la spocchia tipica dei recensori/critici/esperti/cinefili tipici. Tutto è filtrato dalla versione assolutistica ed arrogante dell’autore, che cercherà di scovare le minchiate di certo cinema intellettuale, i paradossi delle cose che piacciono a tutti, le assurdità dei capolavori dichiarati. Per poi trattare l’argomento come merita. Cioè terra terra.

Questa rubrica non ha alcuna pretesa di serietà né di analisi semantica. È uno scritto umoristico in cui ogni tanto si dicono delle piccole verità crudeli. Ma è comunque tutto frutto dell’opinione di chi scrive. Indi il suo valore è pari a zero.

Sto pensando di finirla qui (I’m Thinking of Ending Things) 2020 – regia di Charlie Kaufman

di:

ATTENZIONE SPOILERS. NON LEGGETE SE VOLETE VEDERE IL FILM!

Indubbiamente il titolo dell’opera rappresenta il mio sentimento una volta terminata la visione.

Intendo il suicidio.

Al di là della traduzione del titolo, abbastanza a membro di canide, dall’inglese la sensazione che lascia il film in questione è l’impellente bisogno volerla fare finita. È fortissimo il dolore per aver perso 134 minuti della propria vita in un kaos che, indubbiamente, voleva essere una prova di cinema intellettuale e d’autore,  ma che si risolve in una serie di puttanate di rara finezza. Di quelle che “anvedipropriofigostofilmalternativocomeme!”

Il film è brutto? No. Non è un film squallido come “Alex l’ariete” o una qualsiasi monnezza di serie z. In un certo senso non ha quella “dignità”. Non c’è quel senso di stupore tipo “dai cazzo!un tornado di squali!”.

La realizzazione è di altissimo livello, con volute strizzate d’occhio ad estetica low budget. Una cosa alla “spendiamo tanti soldi, ma restiamo umili”.

Il problema è la volontà, evidente, che sembra ci sia dietro questo film.

L’ho visto su netflix un po’ di tempo fa, non avevo letto alcuna recensione, ma fin dalle prime battute ho avuto la certezza che questo, ovviamente, sarebbe diventato un film di culto. Uno di quei riferimenti per chi di cinema “ne capisce”, di quelli che ne sanno, insomma. I piccoli ghezzi quarantenni che crescono.

Oggi, passato un po’ di tempo dalla visione, cercando on line un po’ di dati, ho avuto conferma della mia teoria: internet è piena di siti cinefili (ma verrebbe da dire più cinofili) con titoloni sul film meraviglioso che vi aprirà la testa e che cambierà il cinema per sempre (maronn’ ladra la prevedibilità).

Due parole al volo su Charlie Kaufman.

È un autore della madonna (come da titolo della rubrica). Ha scritto o sceneggiato (a volte scritto E sceneggiato) film incredibbbbili come “Essere John Malkoich”, “Se mi lasci ti cancello”(notoriamente la peggior traduzione di titolo della storia) o “Confessioni di una mente pericolosa”. Non ho visto le altre sue prove registiche, ma le aspettative erano oggettivamente alte.

Forse questo è uno dei punti che frega il film. No, non parlo dell’aspettativa, mia o di qualsiasi spettatore, ma proprio di come Kaufman, sapendo di essere chi è, abbia gestito il film. 

Il tutto trasuda una presunzione ed un intellettualismo al limite del pestaggio immediato. Ma di quelli lenti con strumenti dolorosi.

Me lo immagino Kaufman che fa: “Mo vi faccio il film strano! Ma strano assai! Vi faccio i giochetti con i vestiti, con gli attori, con tutto. Non ci dovete capì un cazzo! Così vedete come divento cult!”.

Fina dall’inizio il film parte male, oserei dire malissimo, con dei dialoghi stantii che sarebbero stati vecchi anche negli anni 90. Che ovviamente faranno impazzire il cinefilo medio che su ste minchiate si masturba selvaggiamente. Sento già una vocina che fa “Eh. Ma vedi? Sei tu che non hai capito. I dialoghi erano fatti in quel modo per distrarti dal colpo di scena (scusate dal coup de théâtre, che sennò fa poco figo) finale!! Era tutto finalizzato a quello”. Ora, mio amico cinefilo immaginario ma molto simile alla realtà, non so che film tu abbia visto, ma, anche tenuto conto del colpo in questione, i dialoghi fanno cagare. Proprio a livello che vorresti randellare chi li ha scritti. Con strumenti creati appositamente per l’occasione. Tipo un bastone con tanti roditori attaccati sopra.

Dall’arrivo nella casa natia del protagonista il tutto oscillerà per un bel po’ in quel territorio di mezzo fra Shyamalan e Lynch, senza decidere da che parte stare. I giochetti con l’abbigliamento cominciano a telefonare quel colpo di scena su menzionato, aprendo a varie possibilità, dal contesto psichedelico al giallo. È un po’ come se il regista stesse lì a dirti: “Aspetta eh. Aspetta che mo’ ti sorprendo con una roba mai vista eh. Non ti distrarre! Guarda bene, spettatore distratto!”.

Ad un certo punto il film accelera sul lato lisergico nel tentativo continuo di voler confondere lo spettatore. Una cosa del tipo “Dai facciamolo strano. Più è strano più è bello”. Una roba alla Verdone di viaggi di nozze. In realtà, niente di non visto. 

Il gioco continuo sul disagio appesantisce tantissimo la visione, facendo felici, ovviamente, i fan dello stile del maestro David L (che forse si annoierebbe a morte vedendo questo film. Aprendo nel mentre l’app per il meteo). Narrativamente, però, il film ha dei bruschi rallentamenti, a volte al limite della noia. Ma non una noia interessante e finalizzata alla narrazione. Più una roba tipo sala d’aspetto: “Il prossimo per il plot twist è il numero 237! Lei che numero ha? Eeeeh ci vuole un po’!” . Soprattutto al ripetersi circolare di alcune situazioni, che non aggiungono nulla al tutto. 

Ribadisco che visivamente, a livello registico e a livello di recitazione il film ha degli ottimi punti di forza.

Ciò che latita è proprio la capacità di tenere alto l’interesse nel guardarlo. Sia che lo si veda dal punto di vista della “storia”, iper frammentata, sia del delirio fine al delirio stesso, alla “Inland empire”, per capirci, il film cede.

Si perde. Cerca di ritrovarsi. Ma l’impressione è che il regista cerchi più di costruirsi un monumento alternativo nell’ambiente cult che fare un film.

C’è un appiglio per la speranza nella parte centrale, nel viaggio di ritorno dei due protagonisti, quando ormai comincia ad essere chiaro chi siano davvero i personaggi e quale sia la loro storia e il loro ruolo.

Quando sei lì che speri che il tutto ti sorprenda, trovando una concretezza che avrebbe salvato l’intera visione, fra una metafora e l’altra, Kaufman si butta ancora più a destra (usando la metafora della macchina sulla strada, non della politica) e rende tutto ancora più onirico con balletti che spiegano quello che ormai era abbastanza chiaro ed evidente. Insomma Bollywood in salsa…tanto per cambiare? Lynch!

Insomma, ‘sto film è una cover band!

Qualcuno vedrà in tutto questo, probabilmente, il punto di forza del titolo in questione. 

Invece c’è un senso di già visto e di tedio molto forte. Una sorta di continuo “evabeh!”.

Ma alla fine di tutto questo gridare filmico, che rimane?

Un ottimo sceneggiatore che ha fatto un film per costruirsi un posto nel gotha dei pugnettari intellettuali del cinema.

Scopo raggiunto.

Il tutto condito da magnifiche inquadrature di un vecchio col culo di fuori nel candore della neve.

Che, come certi balletti, sono inquadrature ben pensate per diventare classici da citare.