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Io, Bob Dylan e il cinema come veicolo del fallimento umano

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“Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente. Il Poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi”.

Parto da questa citazione di Arthur Rimbaud, perché trovo giusto irretire il lettore e persuaderlo del fatto che questo possa essere davvero un buon articolo da leggere! Nel corso degli anni, crescendo ho sviluppato una passione viscerale nei confronti di alcuni autori, indifferentemente legati al mondo dell’arte, della letteratura, del cinema e della musica popolare. Oggi, 42 anni compiuti, osservo il mondo da un punto di vista privilegiato, facendo della scrittura il mio mestiere per vivere e per pagare i conti. E li pago sempre, vi assicuro, dal basso del mio Quarto podere. Questa è la mia visione agreste, se non agricola, sullo stato delle cose e dell’arte.

C’è un artista, anzi un musicista, che più di altri ho seguito durante gli ultimi 18-20 anni e risponde al nome di Bob Dylan.

Bob Dylan? Ma non era morto? Può essere. Del resto lo dice egli stesso: I’m Not There. 

Dylan è un autore agile, ma con gli scarponi pesanti e pensanti dell’agricoltore e come dice uno dei sei personaggi in cerca di autore nel film di Todd Haynes, “io sono un agricoltore, non posso permettermi di essere fatalista”, parafrasando. In effetti per chi non conosce bene la sua musica, Dylan è l’ennesimo vaccaro stile John Wayne con lo Stetson, gli stivali e la giacca di cuoio. Immagine ficcante che in effetti lo descrive piuttosto bene. L’errore però con un artista così ondivago è proprio volerlo fotografare e mettere in archivio. Probabilmente per questo motivo non si reca quasi mai a ritirare un premio. Nemmeno quando si tratta del premio che ogni paroliere sogna di ottenere: il Nobel. Non è stato facile utilizzarlo nel mondo del cinema, anche se molti autori hanno tentato questa strada, in modo diretto e non. Uno dei primissimi film ispirati alla figura di Dylan fu questo “Chi è Harry Kellerman e perché parla male di me?” diretto da Ulu Grosbard e interpretato da un brillante Dustin Hoffman. Il film narra le vicende della star del rock Georgie Soloway, assillato per le molestie che sta subendo da questo oscuro personaggio di nome Harry Kellerman. Per chi conosce bene le vicende di Dylan è facile associare questo plot narrativo alla figura dell’autoproclamato dylanologo, A.J. Weberman, personaggio discutibile che usava frugare tra i rifiuti di casa di Dylan, durante la fine degli anni sessanta. Oggi lo potremmo definire un mitomane, complottista cospirazionista. Del resto figure come quelle di Dylan, Sinatra o Lennon, hanno sempre attratto lunatici, fissati e mitomani. Anche io, nel mio piccolo, potrei essere additato come un mitomane, se non fosse per il rispetto che nutro verso l’arte e gli artisti che ispirano il mio quotidiano. 

Andando avanti sul fronte dylaniano e per quanto concerne il connubio cinema e musica, scopriamo come la sua prima vera apparizione sul grande schermo avvenga per la pellicola di Sam Peckinpah, Pat Garrett and Billy the Kid, del 1973. La breve apparizione in questo film per i fan resta iconica, ma è la colonna sonora e il piatto forte di questo progetto. Dylan scrive infatti le musiche, ma soprattutto compone e pubblica il brano “Knockin’ On Heaven’s Door”, canzone che ha avuto più vite e più versioni, più o meno note, come quella appunto realizzata dai Guns N’ Roses, ma anche da Eric Clapton, in versione reggae. Tuttavia nonostante il cast di tutto rispetto, uno script intrigante e un regista importante, il film non fu affatto un successo. Una costante per quel che riguarda il ruolo di Bob Dylan, come attore cinematografico. Pochi ricorderanno infatti il film interpretato da Rupert Everett e diretto da Richard Marquand (Return of the Jedi), “Hearts of Fire”: in questa pellicola del 1987 Dylan è addirittura co-protagonista, ma il film si rivela un colossale flop, sia per incassi che a livello critico. È diventato un cult, ma solo per dylaniani hardcore, nel corso del tempo. 

In effetti, le uniche apparizioni sul grande schermo che si ricordano per il loro valore artistico restano i documentari realizzati da Martin Scorsese e da D.A.Pennebacker. 

Vanno meglio invece le pellicole come “Chi è Harry Kellerman e perché parla male di me?”, quelle che in pratica giocano più che altro su assonanze e sui proverbiali easter egg, come l’esordio alla regia del bravo e impegnato Tim Robbins. L’attore californiano realizzerà infatti una pellicola piena zeppa di rimandi alla produzione discografica dylaniana con il suo Bob Roberts. Primo film come regista di Robbins, che è anche sceneggiatore e interprete principale di una pellicola satirica girata in stile falso documentario su un candidato senatore populista conservatore. I rimandi a Dylan e a Orson Welles (Quarto Potere, ma anche Vérités et mensonges) si sprecano e mostrano un Tim Robbins abile anche nel ruolo di interprete musicale. L’attore aveva appena finito di girare “I protagonisti” di Robert Altman, altra pellicola importante per i primi anni novanta e forse oggi un po’ ingiustamente dimenticata. Bob Roberts ruota attorno alla figura fittizia di un cantante country che tenta la strada della politica e si candida al Senato. Un piccolo gioiello assolutamente consigliato e da recuperare, se non lo avete visto. 

Sempre per ribadire che Dylan funziona a fasi alterne sul grande schermo, voglio ricordare due pellicole speculari e molto differenti come esito critico e di pubblico. Si tratta di “Wonder Boys” e di “Masked And Anonymous”. Il film, diretto nel 2000 dal compianto e talentuoso Curtis Hanson (8 Mile, L.A. Confidential), non ha bisogno di presentazioni. Qui troviamo un cast ispirato, guidato dal sempre bravo Michael Douglas, con un giovane Tobey Maguire, e in ruoli non meno importanti affidati, ma comunque incisivi, Robert Downey Jr. e Frances McDormand. Il film oltre a raccontare una storia insolita, brillante e originale, si fregia di una colonna sonora di assoluto livello. Tra vecchi classici e brani scritti appositamente per il film, troviamo infatti nomi come quello di Van Morrison, Leonard Cohen, Tom Rush, Neil Young e naturalmente Bob Dylan. Dylan fa la parte del leone con Shooting Star, tenera ballata dedicata al suicidio di un vecchio compagno di strada, Buckets of Rain, brano tratto dal capolavoro del 1975, Blood on the Tracks, e infine componendo per l’occasione il brano Things have Changed. La canzone gli valse importanti premi e riconoscimenti come il Golden Globe e il premio Oscar per la miglior canzone nel 2001. Indovinate in che modo Dylan ritirò il premio? Apparendo in collegamento satellitare dall’Australia ed eseguendo il brano dal vivo. Mitico Bob!

Un po’ meno brillante invece la sua nuova apparizione nella doppia-tripla veste di sceneggiatore, autore della colonna sonora e co-protagonista nel confuso e a tratti incomprensibile Masked And Anonymous, diretto dal futuro regista di Borat, Larry Charles. Circondato da un cast di stelle, come Jessica Lange, Jeff Bridges, Penelope Cruz, Val Kilmer, Mickey Rourke e Bruce Dern, tra gli altri, il film sembra un manifesto cubista-futurista, dove troviamo dialoghi e situazioni puramente dylaniane, ma senza il sostegno di una vera sceneggiatura e di una trama credibile. Non fa meglio nella colonna sonora, dove mette nel calderone brani rifatti da vari artisti giapponesi, turchi, nordamericani e perfino italiani. Così troviamo senza soluzione di continuità Jerry Garcia, Los Lobos, Francesco De Gregori e gli Articolo 31 che massacrano un classico come Like a Rolling Stone. È proprio il caso di dire che l’orgoglio precede la caduta, ma l’umiltà precede la gloria. Peccato che in questa occasione l’umiltà abbia inviato certificato medico, come illustre assente. 

Concludo questo inutile pistolotto agreste ricordando che nemmeno il biopic I’m Not There, realizzato nel 2007 dal talentuoso Todd Haynes, ha messo d’accordo critica e fan sfegatati. Stavolta la pellicola da un punto di vista critico può dirsi pienamente riuscita o comunque ben fatta, nel suo intento cubista, a tratti dadaista. Co-sceneggiato e diretto da Todd Haynes e Oren Moverman, il film ripercorre la storia del musicista in sette distinti momenti della sua vita, venendo interpretato da sei attori diversi. Una didascalia all’inizio del film dichiara di essere “ispirato dalla musica e alle molte vite di Bob Dylan”, e questa è l’unica menzione a Dylan nell’intero film, assieme alla colonna sonora. L’unica apparizione del cantante arriva proprio nel finale, con delle immagini di repertorio di un vecchio live del 1966, prima del famoso incidente motociclistico che segnerà l’abbandono dalle scene per lungo tempo. Ma questa è decisamente un’altra storia. Storia che probabilmente vedremo presto sul grande schermo, dato che James Mangold e Timothée Chalamet sono impegnati attualmente nelle riprese di Going Electric.

Non ci sono invece grosse novità sul fronte Guadagnino-Dylan. Il talentuoso regista siciliano aveva infatti annunciato la realizzazione di una pellicola ispirata al capolavoro dylaniano del 1975, Blood on the Tracks. La notizia però soffia nel vento, visto che risale ormai all’autunno 2018. Ci aggrappiamo però alla speranza, che come si sa è l’ultima a morire per chi vive in un podere occupato, ma senza lavorare la terra. Perché come diceva il maestro Woody, Questa terra è la mia terra!