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Consigliati giugno 2022

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Tornare indietro nel tempo non è facile, soprattutto se si parla di quel tempo in cui la stessa unità di misura per il calcolo di questa grandezza scientifica ha avuto problemi nel verificare che effettivamente i secondi passassero alla stessa velocità. Sono stato comunque fortunato nel viverlo, perché in una casa con tutte le tranquillità, senza incontrare problemi di tipico fisico e con la possibilità di pensare, continuare a fare parte del mio lavoro e, tutto sommato, lo ricordo con nostalgia; termine che va preso con le dovute precauzioni e diverse virgolette aperte. Grazie al tema che su The Clerks stiamo affrontando – i motivi li trovate a chiare lettere sul sito – per la prima volta la mia rubrica fatta di recensioni veloci e con spocchia si colora di qualche parola e riflessione in più ma tranquilli, non parlerò della pandemia, del Covid e tutte quelle cose che abbiamo ascoltato e vissuto anche oltre l’umana sopportazione. Semplicemente vi segnalerò cinque dischi che nel 2020 hanno rappresentato qualcosa per me, e immagino per altra centinaia di migliaia di persone, ché va bene la musica di nicchia ma qui in Italia, soprattutto.

Illustrazione: Tebe Masi 3C

Kassa Overall – I Think I’m Good

Con il mio lavoro in radio ricevo quotidianamente decine di mail con musica da tutto il mondo, il che è una cosa magnifica e tanti dischi che ho amato nel corso degli anni li ho scovati tra quelle mail. Nel gennaio del 2020 esce per la Brownswood Recordings il secondo lavoro del batterista di Seattle Kassa Overall, in bilico tra il Jazz e altri linguaggi. “I Think I’m Good” aggiunge un altro tassello al percorso che il “backpack jazz producer” (come lui stesso ama definirsi) ha intrapreso nella lotta contro i problemi mentali che lo hanno costretto anche a cure ospedaliere in seguito a crisi depressive e ossessive, situazioni con le quali bisogna sempre più fare i conti come effetti psicologici della pandemia. È un disco terapeutico e musicalmente sempre pieno di sorprese (viene citato anche Chopin) e per me è stato un caldo luogo in cui rifugiarsi, oltre ad essere fonte di ispirazione per un personale progetto musicale e il lavoro futuro in radio.

Theo Taddei – Loto

Ho conosciuto Theo qualche anno fa quando era con gli Aquarama, band italiana dalle caratteristiche contaminazioni sudamericane. Anche qui parliamo di un batterista che intraprende poi il percorso di autore nella composizione di un lavoro totalmente personale. Feci una chiacchierata in radio con Theo per la puntata di Pasquetta 2020: io a casa con tutti gli strumenti del caso per la messa in onda e lui con un po’ di affanno perché a passeggio per la campagna toscana, lontano da tutto e da tutti (condizione perfetta per quel periodo). Loto è un disco che racconta quei luoghi quasi senza confini, riuscendo a tradurre in musica quella sensazione di libertà all’aria aperta e aprendo una finestra sulla sua infanzia bucolica costellata di storie affascinanti. Un lavoro importante e molto maturo, in cui la voce viene quasi schiacciata dai suoni, dagli spazi aperti rinchiusi nel suo primo album solista. 

Gotts Street Park – Volume Two

La prima volta in cui ho scoperto il collettivo di Leeds è stato grazie ad un articolo in cima al quale capeggiava la foto di loro intenti a suonare in una stanza piccolissima e piena di strumenti tutti intorno. Una foto stupenda che mi fece capire quanto sentissi la mancanza di giornate stipati in una stanza a mischiarci sudori, fiati, parole e suono per scrivere canzoni che poi sarebbero diventate dischi. Sentivo forte quel senso di “claustrofobia” e Volume Two è stato il disco perfetto per rivivere sensazioni messe obbligatoriamente da parte, perché il suono ovattato che ne viene fuori è tipico di una ripresa audio fatta in una stanza piccola in cui tutti insieme registrano la propria parte investiti da un unico flusso sonoro. È un lavoro per lo più strumentale dall’impronta Jazz e pieno di calore.

Dinner Party – S/T

Il supergruppo formato da Kamasi Washington, Robert Glasper, Terrace Martin e 9th Wonder – per chi non lo sapesse, sono tra i musicisti Jazz più importanti, oggi, oltre ad essere produttori fondamentali per il Rap e il Pop avendo firmato dischi di successo internazionale – pubblica il primo (e forse unico) disco a giugno del 2020, mese nel quale lo spaesamento collettivo era palpabile e la socialità era desiderio e preoccupazione allo stesso tempo. Il significato del loro nome è quanto di più vicino al fondamento del rapporto tra persone: un momento di condivisione umano semplice ed automatico, diventato improvvisamente da evitare o durante il quale non sapere come comportarsi. L’intenzione è proprio di riportare alla mente l’incontro tra quattro amici in studio per comporre musica con la stessa naturalezza di una conversazione in cui toccare argomenti vari e non previsti. Un senso di comunità che si esplica attraverso il semplice meccanismo di incontro seduti ad un tavolo a chiacchierare. 

Renato Failla – Palco

Non è un momento autoreferenziale ma nell’aprile del 2020 pubblicai la mia prima canzone solista per descrivere un aspetto della mia vita venuto improvvisamente a mancare, ormai diventato non più un semplice hobby ma una parte fondamentale della mia vita professionale ed artistica. Dopo oltre vent’anni di militanza in band diverse avendo registrato dischi, calcato centinaia di palchi (piccolissimi, grandi, enormi), scrivere questo pezzo da solo è stata una necessità e una sfida nel guardarmi intorno senza trovare nessuno che mi “coprisse” le spalle.