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Biancaneve e lo strano (non) caso del bacio non consensuale.

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Ovvero: come scegliere accuratamente le proprie principesse.

Come il sole dopo la tempesta, come il mal di testa dopo l’Oki, come la fame chimica dopo pizza, kiwi, cioccolata e altre combinazioni gastronomiche opinabili, sta passando la furia virale del “caso” – che caso non era – di “Biancaneve e il bacio non consensuale”.

Quindi, forse, se ne può parlare con calma.

Anzitutto, abbiamo capito che non è successo nulla.

Pluto, Pippo e Topolino non stanno svuotando i camerini per abbandonare le scene. Ariel, Minnie e Biancaneve non stanno dando vita a un We Too.
Nessuno sta minacciando niente.

La Disney continua a dormire sonni tranquilli – ma ben più vigili di quello della povera Biancaneve – e, come si dice, la Disney può mangiare tranquilla. Di sicuro con più consapevolezza di una sprovveduta che addenta frutti avvelenati, come se non glieli stesse offrendo una strega inquietante dallo sguardo malvagio.

Nessun boicottaggio, dunque, ai danni dei personaggi con gli occhioni, che vivono tenere storie strappalacrime dal lieto fine assicurato.

Quindi che è successo? È successo che un’attrazione di Disneyland, che mostra la scena del bacio tra Biancaneve e il Principe Azzurro, ha ricevuto una piccola critica, su un sito californiano, perché sarebbe un particolare della favola che mette in luce un gesto non consensuale ai danni di Biancaneve e questo potrebbe avere una cattiva influenza sui bambini.

È una critica esagerata? Decisamente.

Ma non quanto la manipolazione che ne hanno fatto i media e diversi personaggi politici. Sì, perché siamo in quella fase della storia, in cui la politica si occupa più di favole che di realtà. Così una piccola riflessione, buttata lì, in mezzo a una recensione anche più articolata e positiva, viene ripresa da grosse testate e, proprio come se fosse manipolata da un bravo sceneggiatore, diventa una super storia dalle tinte tragico-complottiste, che rientrano in un unico filone dal titolo: “La dittatura del politicamente corretto”.

Ma una volta chiarito il punto, e cioè che non siamo minacciati da nessun fantomatico perbenismo, che vorrebbe Biancaneve addormentata per sempre, cosa resta?

Di sicuro, resta il fatto che quella critica è stata fatta davvero e, pur essendo un’esagerazione, ha una sua ragion d’essere.

Certo, non ha senso stare lì a pensare che i bambini possano imparare a molestare, guardando un principe che bacia una donna avvelenata.

Quello lo imparano, semmai, osservando la realtà che li circonda.

E non avrebbe certamente senso cancellare il finale della favola, che poi non è neanche l’ipotesi di chi ha criticato l’attrazione.

Quello che fa riflettere, però, è che se certe cose non accadessero tanto di frequente e con tanta leggerezza nella realtà, forse non ci sarebbero neanche tante estremizzazioni dal lato opposto. Parlo di sessismo, molestie, ma anche di razzismo e omofobia.

Perché è vero che le favole non sono la realtà, ma che succede se la realtà somiglia alla favola, e solo nei suoi aspetti peggiori?

Magari a nessuno -o a pochi – verrebbe in mente di vedere il marcio anche nelle favole, se non fossimo circondati dal marcio nella realtà.

Quindi quella critica riflette un problema culturale importante.

Del resto, nelle favole, e non solo nelle versioni Disney, gli stereotipi sessisti sono una costante.

Penso alle “principesse” preferite della mia infanzia, anni 80/90.

Biancaneve mi faceva antipatia già da piccola, insieme a Cenerentola, la Bella Addormentata e Candy Candy. Di Ariel mi interessava il fatto che vivesse in fondo al mare. Di Belle trovavo adorabile il fatto che avesse conosciuto degli oggetti parlanti, ma mi era inconcepibile l’idea che si innamorasse di una Bestia. Non che la trovassi ingiusta, come ipotesi: proprio non lo credevo possibile. Poi, quando ho visto il film in cui Vincent Cassel interpreta la Bestia, improvvisamente mi è stato tutto chiaro: ci sono “Bestie” non solo possibili,  ma auspicabili.

Ma questa è un’altra storia.

Il punto è che queste principesse mi davano fastidio, perché non mi rappresentavano in nessun modo.

Ma nessun adulto mi fece mai notare gli stereotipi sessisti che quelle storie avrebbero potuto veicolare.

E di certo non ne avevo consapevolezza io. Quello l’ho capito dopo.

Forse il seme femminista e rompi palle albergava già in me, forse ci sono nata. Ma le principesse del mio cuore le ho individuate solo a 10, 11 anni:

-Mathilda, Léon, che viene salvata da Léon, ma la verità è che si salvano in qualche modo entrambi.

-Esmeralda Villalobos, Pulp Fiction: strafiga, esotica, marginale ma che lascia il segno. E, soprattutto, è libera.

Da adulta è arrivato il turno di Beatrix, Kill Bill, che si risveglia dal suo “sonno di morte” e ammazza tutti, a partire dal quel principe non esattamente Azzurro, che approcciava ai corpi in coma, non esattamente con un “semplice” bacio non consensuale. Lei non è la mia principessa preferita, non la amo ma, come direbbe Pina a Ugo Fantozzi, “la stimo moltissimo”, perché è uno degli esempi più spietati e “scorretti” di come si scrive un personaggio femminile senza stereotiparlo.

Ad esempio, nel cinema, parlo soprattutto del mainstream, i personaggi femminili rientrano spesso nella stessa cornice: la figa bella e scema, la figa bella e stronzissima, la figa ingenua e innamorata, che rompe pure un po’ le palle all’ “eroe”. Quando arriva la figa intelligente, con un ruolo importante e non antagonista, è odiosa. Riesce a diventare antipatica. O, in qualche modo, ricalca atteggiamenti considerati mascolini. L’importante, comunque, è che sia figa.

Il test di Bechdel, per valutare la presenza attiva dei personaggi femminili in ambito narrativo, risale al 1985 ed è ancora più che sensato. Eppure è venuto fuori, quasi per caso, prendendo spunto dalla striscia di una fumettista, Alison Bechdel,  in cui due personaggi femminili decidono di andare al cinema, a patto che ci sia un film dove due donne parlano tra loro e l’argomento non dev’essere un uomo.

Ponendo l’accento sul fatto che non è una probabilità così scontata.

Infatti non lo è neanche oggi.

Vuol dire che bisogna cancellare tutti i film che non rispettano questa “regola”? No.

Vuol dire che tutti i film che non rispettano questa “regola” fanno schifo? Ovvio che no.

Un film può essere una minaccia alla parità di genere? No. Se è solo un film. Due. Tre. Ma se certe disparità sono presenti nei film, nelle pubblicità, in tv, nei videogiochi, nei giochi, nei libri di scuola, nelle favole, nei negozi di abbigliamento per bambini, allora farle notare non è “pignoleria da femminista acida”. Significa che siamo di fronte a un metodo di narrazione che racconta una società che deve evolvere, perché la dittatura, a questo punto, sembra essere quella del politicamente scorretto. 

Un esempio che mi viene in mente è Ace Ventura, anni 90. Jim Carrey si accorge che la donna super sexy che ha baciato, è un uomo. A quel punto inorridisce, vomita e si lava, mentre parte The Crying Game. Io rido alle lacrime ogni volta. Perché Jim Carrey è un genio, anzitutto; poi perché Ace Ventura è volutamente demenziale e lo è in modo ineccepibile e perfettamente definito. Quindi è chiaro che il contesto è quello, è fuori dalla realtà e allora quella musica, le espressioni di Jim Carrey fanno ridere.

Nella realtà l’omofobia, la transfobia non fanno ridere.

Nei film, se il film è raccontato bene, possono far ridere.

Vale anche per il sessismo.

Se la società è educata alle differenze, lo stereotipo antiquato di un film lo individui ma sai collocarlo.

La buona notizia è che le cose stanno cambiando. L’attenzione che viene rivolta a certe tematiche è sempre più accurata, ma ancora incontra degli ostacoli che sembrano avere un’origine piuttosto trasversale. Purtroppo, una certa avversione al cambiamento viene fuori anche da professionisti affermati nel giornalismo e nella comunicazione. Stare al passo con i tempi, evidentemente, è sempre più complicato, ma basterebbe partire dal presupposto che non si tratta di censurare tutto, ma neanche di sdoganare indiscriminatamente. Si deve fare quello sforzo in più per non catalogare tutto in A o B. Si tratta di essere consapevoli, per operare una riflessione che raccolga le sfumature tra la cosiddetta “cancel culture” e il non rispetto delle diversità. Se no, poi, ci troviamo Pio e Amedo che diventano tema di dibattico politico/ intellettuale. Due che hanno detto che la civiltà non passa dalla parola.

Che, insomma, nel loro caso non stento a crederlo.

Ma non dovrebbe essere una regola.

Intanto, è ora di scegliere bene le nostre principesse.