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Bo Burnham e il coraggio di guardar(si) Inside

di:

Uno schiaffo in faccia ci salverà

Inside è uno schiaffo in faccia. 

Uno schiaffo a mano aperta, una mano bella grossa, familiare ma minacciosa.
Una mano che un po’ te l’aspetti, che prima o poi ti colpirà. Ma speri sempre che non lo faccia. Lo speri così tanto, che ti dimentichi che invece lei è lì e prima o poi lo farà.

Questo speciale comico di Bo Burnham, uscito su Netflix il 30 maggio scorso, è proprio uno schiaffo in faccia.

I motivi sono tanti, ma ce n’è uno che li riassume bene tutti: Robert Pickering Burnham, meglio noto come Bo, è un genio. 

E non è un genio tipo: “g e n i o”, “t o p” o altri commenti simili, che ormai sul web si dispensano anche a chi è riuscito ad aprire una scatoletta di tonno senza rompere la linguetta (a proposito, beati voi: io una volta su due la stacco).
Cantautore, sceneggiatore, regista, attore, comico, Bo è un genio perché fa ridere, fa commuovere, fa riflettere, dice la verità: fa tutto da solo e ci riesce giocando a fare l’idiota.
Ma la cosa ancora più interessante è che, con Inside, è riuscito a farlo durante una pandemia. Cioè ha scritto, girato, montato e interpretato lo show durante il suo lockdown, senza essere banale o retorico, parlando a tutti e di tutti, attraverso se stesso. 

E per questo non basta essere geniali, bisogna essere anche coraggiosi.
Per essere onesti, in un simile momento di fragilità, ci vuole una bella dose di coraggio. 

Tanto più che Bo aveva detto addio alle esibizioni dal vivo ormai 5 anni fa.
Dopo aver ottenuto il successo, pubblicando canzoni irriverenti e satiriche su You Tube, nel lontano 2006, a soli 16 anni, Burnham ha portato i suoi show dal vivo, sbarcando anche su Netflix. Tutto questo fino al 2016, quando ha concluso lo spettacolo Make Happy, dicendo al pubblico “il mio più grande problema siete voi”.

In quel periodo, infatti, il giovane comico soffriva di ripetuti attacchi di panico, prima e durante le esibizioni. Così ha deciso di prendersi cura di sé, allontanandosi dal palco.
Dopo essersi dedicato ad altri progetti (nel 2018 ha debuttato alla regia con il film Eighth Grade, che porta in luce alcuni temi che ritroviamo in Inside), proprio quando si sentiva pronto a tornare ad esibirsi, nel gennaio del 2020 si è dovuto fermare, lui come tutti noi.
La pandemia ha bloccato tutto.

Per questo, Inside è uno speciale girato interamente nell’appartamento di Bo e, come si può immaginare, il risultato è tutto tranne che amatoriale.
Ogni sketch è accuratamente studiato per ciò che vuole comunicare: c’è la parodia della ragazza bianca su Ig, con tanto di filtri e colazioni apparecchiate con cura; c’è il sexting, le reaction -di Bo- all’esibizione -di Bo; c’è Bo che si allena, esaltando il suo corpo sudato con primi piani e illuminazione ad effetto; c’è Bo che fa parte di un videogioco -videogioco senza scopo, ci si annoia e basta- e c’è Bo che si commenta sa solo.
Narcisismo e solitudine: il ritratto di un’epoca.
E a testimonianza della volontà di sottolineare proprio questo, ci sono le sue canzoni, che demoliscono con il sorriso la società capitalista, il razzismo, la politica, i social, i boomer, le nuove generazioni, i trentenni, la convinzione generale di poter cambiare le cose.
Bo parla con un calzino, animato dalla sua stessa mano, che rivela a tutti l’inutilità della nostra presenza sulla Terra.
Insomma, i contenuti di Inside non sono poi tanto diversi da quelli che già aveva proposto, ma è il contesto che fa la differenza. L’alienazione e la sofferenza sono ingombranti e appartengono a lui: è la sua barba lunga, è il suo sguardo spento, sono le sue lacrime, è la sua rabbia. E per mostrare questo, ci vuol un gran coraggio. 

Diventa assolutamente ininfluente comprendere se sia tutto spontaneo -decisamente l’impressione è quella – o meno. Il punto è che arriva allo stomaco, perché racconta la realtà di molti, forse di tutti. Perché è difficile riconoscerlo o volerlo ammettere, ma se qualcuno pensa di essere immune agli effetti della pandemia sulla propria vita emotiva, probabilmente è solo perché non tutti ne abbiamo ancora completa consapevolezza.

Per raccontare questo tzunami di cose, il montaggio è volutamente poco fluido e somiglia a un collage di situazioni e emozioni diverse, un minestrone di contenuti che è la metafora di tutta la nostra vita digitale, che ha penetrato quella reale senza prepotenza, visto che siamo noi ad aprirle la porta.

Ed è proprio la porta il simbolo dello show di Burnham e del nostro isolamento, perché se fa paura restare chiusi, dopo un anno e mezzo di pandemia fa paura anche uscire.
In fondo, stare soli ma connessi, chiusi in una stanza ma proiettati virtualmente nel mondo, è piuttosto comodo. 

E Bo lo spiega molto bene, dicendo che la realtà sta diventando solo un palco dove mettere in scena quello che proponiamo poi sul web. 

Il dato più impressionante è che, guardando Inside, ti ritrovi anche a ridere per disperazione.
Bo ti prende per sfinimento, la sequela grottesca di verità che ti spiattella in faccia è talmente cruda, che ridi per istinto di sopravvivenza e ti commuovi quando lui è serio, sì, ma soprattutto quando fa lo scemo. Perché mentre ride, ti dice che siamo tutti soli. 

Ed è questa la risposta alla domanda che lui stesso pone a inizio spettacolo: “In un periodo buio come questo, ha ancora senso cercare di far ridere?”
Beh sì, non solo ha senso, è necessario.
È chiaro che Inside non è facile, esattamente come non è facile la situazione che abbiamo vissuto e che ancora stiamo vivendo. Non è facile, perché non si tratta solo di guardare “inside” l’appartamento di Bo, ma “inside” la sua testa, il suo cuore.
E alla fine -ed è qui che arriva lo schiaffone rivelatore – si guarda “inside” noi stessi. 

Il suo narcisismo e le sue paure sono le stesse di tutti noi, la pandemia le ha portate a galla e le ha rese protagoniste uniche della bolla dove siamo rimasti incastrati, mentre vaghiamo nell’illusione di essere del tutto liberi di tornare alla “normalità”. 

Difficile trovare una soluzione unica e chiara a questo.
Di sicuro, per provare a farlo, ci vuole tanto coraggio. 

Un coraggio che somiglia a quello che ha avuto Bo Burnham.