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L’ alba dei runner viventi

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Come una farfalla che torna ad essere bruco, come un pop corn che torna ad essere chicco di mais, come un frutto che si riduce a seme, è quella stagione dell’anno in cui un particolare tipo di runner torna alla sua natura originaria, alla base: diventa zombie.

Lo Zombie-Runner è quella particolare specie di runner che, approfittando del fatto che il sole sorge presto, va ad allenarsi all’alba.

E non lo fa solo perché gli conviene. All’alba l’aria è più fresca, ad esempio. Lo fa perché allo Zombie-Runner piace.

Allo Zombie-Runner piace puntare la sveglia alle 5 di mattina, anche sabato e domenica, per andare a sforzare muscoli, articolazioni, cuore e anima.

Ma attenzione: non è che allo Zombie-Runner piaccia soffrire. È peggio, molto peggio di così: lo Zombie-Runner ormai non percepisce tutto ciò come una sofferenza. La sua soglia di martirio accettabile è ormai spostata ben oltre la banale levataccia.

Lo Zombie-Runner ha compiuto la trasformazione che lo ha portato dalla fase “Gente della notte” alla fase “Alba dei runner viventi”.

La fase “Gente della notte” – sì, la canzone di Jovanotti- è quella in cui il runner non va a correre all’alba, perché la sera fa sempre tardi: esce per l’aperitivo, gioca alla Play Station, va a ballare o, più banalmente, la mattina ha scuola/lezione/lavoro e non se la sente di svegliarsi presto. Tanto sa di poter affrontare anche la corsa pomeridiana/serale con 300 gradi e umidità al 100% .

In sintesi, si potrebbe dire che, mediamente, il Runner-“Gente della notte” è un giovane vitale.

La fase “Alba dei morti viventi” è quella in cui lo Zombie-Runner, invece, si ritrova ad allacciarsi le scarpe nella penombra di casa, per precipitarsi a sgambettare in strada, all’alba, quando quelli sani di mente della famiglia dormono.

Questo accade perché lo Zombie-Runner, la sera si addormenta sul divano alle 9.30, con il telecomando in mano. All’ 1.30 si sveglia di soprassalto urlando “mamma!”, “oddio sono morto?”, “dove sono?” o pensando “mio Dio non ho sentito la sveglia”. Poi si trascina al letto. Alle 5 è già sveglio da due ore e mezza e non vede l’ora di uscire, visto che tanto non dorme. “Tanto vale rendere proficuo il mattino. Il mattino ha l’oro in bocca”, dice a se stesso, citando, il più delle volte senza saperlo, Jack Torrance.

Sì, il protagonista di Shining.

Sì, quello che impazzisce.

E no, non è un paragone che ho scelto a caso.

Si potrebbe dire, in sintesi, che lo Zombie-Runner è un vecchio, in senso lato e letterale. Ma non è detto.

Ad ogni modo, quando si passa dalla fase scanzonata “Gente della notte”, alla fase lagna -che poi è un po’ quello che è successo a Jovanotti, fateci caso (scherzo Jova, tvb)- non resta che accettare la nuova fase e affrontarla con la giusta dose di pazzia e integratori alimentari -che tanto anche all’alba si suda come le bestie.

Ed eccolo, lo Zombie-Runner, nel suo habitat naturale: la città desolata, incastrata in quel sospeso e metafisico attimo della giornata in cui c’è luce, ma il sole non è ancora alto e non manifesta tutto il suo potere di trasformare corpi umani in sostanze liquide. Quella dimensione in cui c’è solo lui, il suo corpo, i suoi pensieri e l’operatore ecologico che lo guarda, certamente pensando “a me almeno mi pagano per svegliarmi a quest’ora”.

E come si fa a dargli torto.

Ma lo Zombie-Runner, in realtà, non pensa a questo. Lui sente solo le strade vuote e inzeppate dai residui di vite passate lì poche ore prima. 

L’aria è ferma e fresca.

Ogni passo, bam bam, ha il ritmo del suo cuore, tu-tum tu-tum.

Parte piano, poi accelera, c’è solo lui, è tutto perfetto: non è una semplice corsetta, è una resurrezione.

Ma proprio quando pensa di essere solo, capita di avvertire, nonostante le cuffie, una presenza. Perché le creature dell’alba sono così, si fiutano a distanza, si percepiscono: sono gli altri Zombie-Runner.

Preceduti da un rantolìo, uno sbuffare energico o un procedere leggero -che mannaggia a loro pare volino. Hanno le occhiaie della sveglia presto e il sorriso dissociato di chi ha deciso di andare a correre anche se ha dormito solo tre ore. Anzi, proprio perché ha dormito solo tre ore.

Alcuni si trascinano già da un buon 40 minuti, lo si intuisce dalle pozze di sudore; altri hanno un passo claudicante ma inarrestabile. Se gli cascano le cuffie, probabilmente si accasciano a terra, proprio si svuotano, come un palloncino bucato da un ago.

Poi ci sono i leader dei redivivi: quelli che corrono senza musica.

Quelli che… boh, non si sa come siano in grado di procedere. Eppure lo fanno. E pure a un ritmo sostenuto. Probabilmente dormono in qualche teca, riempita di liquido magico, collegata al corpo di giovani runner dilettanti, da cui succhiano via l’anima, la voglia di migliorarsi e qualche playlist che si riproduce automaticamente nel loro cervello, senza bisogno di dispositivi esterni.

Sì, è la spiegazione più razionale che mi viene in mente quando penso a uno che corre senza musica.

Ad ogni modo, la resurrezione degli Zombie-Runner è una fase che si rinnova di anno in anno. Durante le altre stagioni, lo Zombie-Runner riesce a confondersi con la specie umana piuttosto abilmente.

Ma a uno sguardo attento la sua natura viene fuori anche in quel caso.

Non potendo manifestare la propria disumana voglia di martirio all’alba, lo farà a ora di pranzo o sotto la pioggia fitta. Qualcuno va anche con la neve.

Lo Zombie-Runner è quello che non rinuncia al suo allenamento. Mai.

Un esempio lampante è il runner Gianluca Di Meo che, il 28 marzo 2020, ha corso 100 km in 18 ore. Sul balcone di casa sua: 8,8 metri.

Durante il lockdown.

Giustamente non poteva uscire. Così si è portato la pazzia a casa.

Ma è evidente che questo va ben oltre la voglia di non rinunciare alla corsa, è chiaro che qui c’è una voglia di sfidarsi e “sentirsi”, che viene da una dimensione difficilmente percepibile da chi la osserva da fuori.

Ed è proprio quella, la dimensione che si portano dentro i runner in generale e gli Zombie-Runner in particolare. È un terreno da calpestare mentalmente, un terreno mai abbastanza fertile, che va concimato sempre con nuove sfide, nuove sensazioni; una bolla personale, intima e soprattutto molto essenziale. Perché è una dimensione dove si elimina tutto e si resta soli con la propria sfida.

È la riduzione all’essenziale che, durante un periodo di ansie, privazioni e negatività come questo, sembra essere una risposta unica e salvifica.

Almeno questo pensavo stamattina, mentre correvo all’alba e osservavo la solitudine che somigliava a quella che ci è stata imposta da un virus per un anno e mezzo e che incredibilmente, adesso, mentre corri, è dolcissima.

Eccoci quindi: è il secondo giugno nel bel mezzo di una pandemia.

Il secondo in cui pare si possa tornare a “respirare”, verbo mai scontato.