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Palloncini e overthinking: cosa accade prima dell’alba

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Come i test “Scegli un frutto e ti dirò che problema irrisolto hai con la tua infanzia”.
Come gli oroscopi di Brezsny, che “sì, vabbè, non credo mica a queste cose e gnegnegne”, ma lo leggo ogni giovedì, sperando mi dia la soluzione (non so a cosa, aspetto mi dica anche questo).
Come un campionato internazionale di palloncini (sì, esiste una campionato di palloncini…).
Siamo fatti della stessa sostanza di quello che leggiamo e pensiamo prima dell’alba: palloncini e overthinking.

Ad esempio io prima dell’alba sono nel letto e scorro le notizie, senza cercarne una in particolare, facendo zapping nel web, seguendo solo l’istinto, in uno stato di semi rimbambimento; il risultato è un Pollock di informazioni, che se le unisci tutte, viene fuori il mio vero io: oroscopi, test idioti, saggi filosofici, palloncini, overthinking e la ricetta per il tiramisù alla zucca.
Che vorrà dire? Boh, ma tant’è: laddove gli altri dormono, io mi attivo. 
(E viceversa, quando va bene).

Probabilmente la ragione risiede in una serie di concause: 
1. Troppi Estathé.
2. Decisamente troppi Estathé. 
3. No, davvero, io esagero proprio con l’Estathè.
4. Il non aver ancora trovato la giusta musica d’ambiente per addormentarmi.
5. DNA. Sicuramente è un problema di genetica. Anche da piccola mi svegliavo prima di tutti. Sempre. Una piaga. Resta epica la mia richiesta “mamma andiamo in cocina (cucina)?”, fatta rigorosamente all’alba. 
Una di queste albe, fui in grado di prendere una sedia, avvicinarla ai fornelli e salirci su, per afferrare una griglia bollente. Ho ancora una cicatrice enorme sul dito, che dovrebbe servire da monito: “devi dormire di più”.
Ma niente, persevero nella veglia (e nel bruciarmi ai fornelli).
6. Questa mi sembra la più probabile: tendenza all’overthinking. Non nel senso di rimuginare su troppe cose, sì anche quello, ma proprio nel senso di pensare di farne 60 mila. E farsi prendere dall’ansia di non poterle fare, già mentre sto pensando di farle. Che poi… voglio farle davvero?
Già detta così mette ansia, no?
E non ho ancora specificato il tipo di pensieri. 

Ecco, io mi riferisco a un ordine di cose che va da:
-Decidere di cambiare taglio di capelli.
-Scrivere un libro.
-Conoscere a fondo le ragioni socio-culturali-psicologiche che spingono la gente a insultarsi anche sotto i post di GialloZafferano – e magari scrivere anche di quello.
-Creare una serie di video tutorial su come sopravvivere in cucina, se sei appunto un overthinker, e poi rendermi conto che non esiste un modo, andiamo avanti a fortuna.
-Sforzarmi di collocare temporalmente quel periodo della mia vita in cui non c’era la pubblicità di Vinted – esiste, vero? C’è stato un periodo in cui non sentivamo 300 mila volte al giorno “Non lo metti? Mettilo in vendita”?
-Realizzare di essere mentalmente pronta ad affrontare una ultramaratona nel deserto.
-Accettare male il fatto che essere pronti mentalmente, non vuol dire essere pronti fisicamente. 
-Decidere di iscrivermi all’università.

Non sono escluse poi, riflessioni ancora più personali, tipo: “In quale preciso istante della mia infanzia ho iniziato a odiare la pastina in brodo? L’ho mai amata? E se la pastina in brodo rappresentasse il simbolo della mia avversione verso qualcosa di più grande? Dovrei iniziare una terapia specifica per scoprirlo? O me lo rivelerà Brezsny, in uno dei suoi oroscopi del giovedì?
E mi fermo qui. Non voglio spaventarvi oltre.
Ma l’atmosfera nel mio cervello è questa: un mercato rionale, una pizzeria troppo affollata il sabato sera, un caos continuo. Quelle situazioni in cui l’unico modo che hai di sopravvivere, è accettare il blocco unico di input che ti inseguono, trasformarlo in un’unica palla di rumore bianco che annulli tutto e procedere indisturbato, concentrandoti su altro. Ma tu invece sei overthinker e cerchi come un dannato di ascoltare tutto, captare tutto, seguire tutto, dal fruttivendolo che ti urla che i cachi sono in sconto – a proposito, nei test “scegli un frutto e ti dirò che problema irrisolto hai con la tua infanzia” io scelgo i cachi, che vorrà dire? – al bimbo che piange nel passeggino della mamma che indossa leggings e UGG anche se ci sono 40 gradi a ottobre; mamma che ha quell’espressione di chi non è una overthinker, non può esserlo, perché tutti i suoi pensieri, anche i più diversi, sono annullati in 10 secondi dal figlio e dalle sue lagne.
Quando arrivo al pensiero numero 60 mila di questo tipo, 60 mila è la mia soglia limite, divagazioni sul tema a parte, capisco che di dormire non se ne parla e mi alzo per scrivere/leggere/mangiare/leggere ancora/fare squat e addominali prima di andare a correre.
(Sì, potete scrivere questo sulla mia lapide).

La cosa incredibile è che tutto ciò, non solo accade di notte, ma accade quando cessa il silenzio in strada. 
Vivendo in un piccolo vicolo del centro storico, con le finestre che affacciano su un esiguo ma vivissimo gruppo di locali per studenti e non, io non ricordo più cosa significhi infilarsi a letto senza rumori. E la cosa non mi disturba quasi mai, perché appunto ho un party talmente fragoroso nella testa, che i rumori esterni difficilmente mi disturbano.
Certo, quando passa il tizio che bestemmia solitario in un megafono, un po’ mi deconcentro; e anche quelli che qualche volta giocano a calcio con le lattine vuote, non aiutano il mio riposo. Per non parlare di quelli ubriachi che intonano le canzoni dei Negramaro o di quelli che discutono delle dubbie scelte di Harry Potter in ambito sessuale – boh, non mi chiedete dettagli, loro sono certamente ubriachi e io sono certamente assonnata – ma a parte questi casi, quando furoreggia la vita mondana, io dormo. 
Stranamente quando tutto tace… mi sveglio. 
Il mio organismo deve essersi settato sulla modalità “caos perenne” e percepisce la calma come un pericolo. 

Per queste ragioni durante il lockdown sono diventata una di quelle iperattive: musica, cyclette, serie tv, romanzi, diari, disegni, recuperare antiche passioni, crearne di nuove, cercare il Santo Graal. 
Cioè, in pratica, quello che faccio sempre, ma con più tempo per metterlo in atto.
I veri fastidi sono iniziati quando è ripartita la cosiddetta “normalità”. Ma questa è un’altra storia. 
O forse no. Non esistono storie scollegate, nella mente di un overthinker: qualsiasi cosa può portare a un’altra cosa in un attimo.
Il silenzio da lockdown somigliava molto a quello che adesso si concentra in questa veglia tra le ultime ore di buio/aurora e le prime ore del mattino. 
È un silenzio in cui il livello di concentrazione e empatia verso tutto è estremo. È questa la mindfulness? 
In queste ore sembra tutto così vero e intenso, che sono arrivata a pensare che forse siamo quello che facciamo in questi momenti, quello che leggiamo, la musica che ascoltiamo. 

Ed è questo il momento in cui è più probabile essere folgorata dall’illuminazione, da quell’idea che ti cambia la vita, da quel messaggio che chiude o apre una relazione, o da un bel niente. Un bel niente pieno, dico. Una meditazione intensissima, una roba alla The Midnight Gospel, la serie Netflix con lo space caster Clancy che si catapulta in universi paralleli, per intervistare i personaggi più incredibili, che forniscono risposte alle domande esistenziali più profonde.
Ma per adesso ho ancora qualche difficoltà ad attraversare portali. Così mi limito a svegliarmi verso le 3:30 e leggere le notizie, vittima della “dittatura” del pollice che scorre incondizionato sullo schermo, mentre un occhio è chiuso, l’altro semichiuso e l’assenza di teina/caffeina si fa già sentire.

In questo stato confusionale, qualche giorno fa sono incappata nell’illuminazione della vita, altrimenti detta Keep up Balloon: letteralmente, “tieni su il palloncino”. 
Keep up Balloon non è altro che una sfida che consiste nel palleggiare con un palloncino senza farlo cadere.
Durante il lockdown del 2020, tre fratelli dell’Oregon si annoiavano, come il resto del mondo, e hanno postato su Tik Tok il loro modo di passare il tempo: colpire un palloncino senza farlo cadere. Il video è diventato virale.
Il calciatore spagnolo Piqué e la star del web Ibai Llanos si sono interessati e hanno creato un mega evento sportivo, il Balloon World Cup, che si è tenuto in Spagna il 14 ottobre. Si tratta di un campionato mondiale di palloncino, in cui due sfidanti alla volta, con tanto di caschetto, tenuta ginnica e inno nazionale, si sfidano in una sorta di ring 8 metri per 8. La gara consiste nel tenere il palloncino in aria e destreggiarsi tra gli oggetti posti nel campo da gioco. Senza scontrarsi con l’avversario. Ad aggiudicarsi la vittoria del campionato, il palloncinista -sì: palloncinista– Francesco De La Cruz, peruviano che si è portato a casa un palloncino d’oro e 10.000 euro. 

Capito dunque? Quella cosa che abbiamo fatto da bambini, ma anche da grandi, magari da ubriachi – ché il confine tra ubriachi e infanti è sempre tanto sottile – è diventata un campionato mondiale a premi.
Magari diventerà anche disciplina olimpica.
Io ho passato interi pomeriggi a intrattenere bambini in questo modo. E chi lo sapeva che in realtà ho allenato dei probabili, futuri campioni?

Ecco, leggere queste cose alle 4 del mattino, e poi rileggerle più volte durante la giornata, per essere sicura di non averle sognate – può essere illuminante. 
Una gara di palloncini volanti è una lotta contro la gravità, è fare della noia una sfida, inseguire palloncini come inseguire le farfalle, diventando campioni di voli in superficie, chiusi in un ring di plastica a caccia di leggerezza. Palloncinisti di professione.

È una cosa che forse somiglia a un lockdown, forse alla nostra intera esistenza. Per me, di sicuro somiglia molto a quelle ore tra l’aurora e il giorno.
Quindi, in pratica, vi volevo avvisare: l’anno prossimo, mi iscrivo.