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Ritorno al corsivo: non abbiamo inventato nulla

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Parlare in corsivo come…

Come quando vedi un uomo in tacchi, rimmel e chitarra e pensi abbia appena inventato il glam rock.
Come quando ti rifilano una minestra riscaldata – che poi tutti ne dicono male ma in fondo certe volte è pure piacevole.
Come quando ci si sorprende per Di Maio, che esce dai 5Stelle e se ne va Insieme – non si sa a chi – verso il futuro– non si sa quale e non non si sa bene di chi:
Parlare in corsivo non è una novità: è un ritorno al passato.
Ma anche un Ritorno al futuro, se pensiamo quadrimensionalmente, come Doc insegna.
Ma andiamo indietro per gradi. Come la storia, insegna (ma questo è un altro discorso).

Parlare in corsivo: come e soprattuto, beh, perché?

Parlare in corsivo. Letteralmente: allungare le parole sul finale, aggiungendo vocali all’occasione.

È la nuova moda che spopola sui social.
E come ogni nuova moda che spopola sui social: non è nuova.
1. Perché nel momento in cui leggerete questo pezzo, sarà già un trend calante.
2. Perché è quella fase della storia in cui rimestiamo nel passato. Più del solito.

È già da qualche mese, infatti, che lo slang dei giovani, perlopiù milanesi, è definito con “parlare in corsivo”.
Pare sia partito tutto da una chiacchierata particolarmente animata tra i protagonisti della serie Il Collegio, che si sarebbero scambiati opinioni a colpi di accenti cantilenanti e nasali, tipici della parlata lombarda.
Ma con un livello di esasperazione in più.

Inoltre, è da un po’ che si parla anche di cantare in corsivo. Che è quella cosa che fanno i giovani artisti come Madame, Blanco, Sangiovanni, Tha Supreme.

Sì. Quando hai l’impressione che si siano appena svegliati dopo una sbronza devastante e abbiano iniziato a limonare un microfono, masticando contemporaneamente due chewing gum, in realtà stanno cantando in corsivo.

Ecco, il parlato in corsivo è una cosa molto simile.

Un esempio: la parola amo – abbreviazione di “amore”, usata spesso come appellativo tra amic* – pronunciata in corsivo diventa amio.

Cioè se la parola finisce per o, si inserisce una i prima: amio.

La faccenda si fa più complessa, e cantilenante, quando si devono aggiungere vocali anche nella parte centrale o iniziale della parola. A questo punto diventano necessarie le videolezioni – virali, inutile dirlo – per imparare il corsivo. Anzi, il Corsivoe.
Ma i corsi e ricorsivi storici non finiscono qui.

Parlare in corsivo: corsi e ricorsivi storici

Andando a scavare più a fondo, nei meandri del web, alla ricerca delle origini, scopriamo l’esistenza di una serie di corsi e ricorsivi storici, che ruotano attorno alla verità di cui sopra: non abbiamo inventato nulla.

Il corsivo nel 2009: quando Facebook era la piazzetta sotto casa

Uno dei primi reperti archeologici rivelatori risale al 2009, quando Track Droppa nel web scrisse: “Voice so smooth its like I’m singing in cursive” (fonte Money. it).

2009. Un secolo fa.

Quando Facebook era solo la piazzetta dove ritrovare gli amici del liceo, Instagram non esisteva e io avevo solo 23 anni. Che credo sia l’età media di quelli che parlano in corsivo. Dettaglio che, in effetti, potrebbe spingermi pericolosamente oltre il mio habitat naturale – quello dei millennial – per sconfinare rovinosamente nel territorio dei boomer.

Perché, ricordiamolo sempre, il boomer non è definito dall’età anagrafica ma da uno stato mentale.
Lo stato mentale del vecchino che osserva i social, come il pensionato osserva il cantiere: con aria meravigliata ma critica, annoiata ma rapita.
E, soprattutto, con le mani dietro la schiena. Il che spiega anche il controverso uso che i boomer fanno delle emoticon: non digitano la tastiera con le dita. Forse a testate? Con il naso? E voglio fermarmi qui con le ipotesi.
Ma io tengo duro, mi aggrappo con le unghie e con i denti all’isoletta dei millennial, che galleggia allegra sul disastro sociale, e mi rifiuto di dire che questa cosa del corsivo mi fa sanguinare le orecchie.

Io m i r i f i u t o.

Come ogni millennial che si rispetti, io percepisco un certo disagio e senso di inadeguatezza, ma non so che pensare, perdo l’orientamento – sono troppo vecchia, troppo giovane o solo troppo cretina? –  mi infilo le cuffiette per la musica e cerco ingenuamente di capire, di trovare un senso alle cose. 

Anni 80: “Lavoro guadagno pago pretendio

Scavando ancora più a fondo, come novelli Indiana Jones alla ricerca del corsivo perduto, si scopre che parlare in corsivo è parente stretto del tipico accento milanese, quello delle vocali allungate alla fine e della pronuncia un po’ nasale, che adesso fa tanto Ferragnez, ma era già una moda ai tempi dei cinepanettoni dei Vanzina, quelli del milanese di Guido Nicheli “Lavoro guadagno pago pretendo”. Che adesso sarebbe pretendio, se ho capito bene.

Comunque: anni 80. Primi anni 80.

Quando Zuckerberg se sognava di creare un social, al massimo lo faceva per poter mettere un voto di gradimento ai dolcetti della mensa dell’asilo; quando Kurt Cobain era ancora vivo e io non ero neanche nata.

Ma non è finita. No.

Odi et amio: il corsivo ai tempi dei latini

Sempre grazie a money.it scopro il reperto archeologico più importante, la Lucy in the sky with diamonds del Corsivoe le origini nel Latino. Immagino per la questione dei dittonghi ae, oe e au, che sono per lo più scomparsi e che i tiktokers hanno a loro modo riesumato. Non saprei dire di più, ma la cosa mi affascina.

Il Latino. I latini.

Quando non si poteva ghostare, bannare, defolloware; quando invece di trollare, flirtare in chat o cuorare le storie Ig, ci si scervellava con cose tipo Odi et amo.
Che oggi sarebbe Odi et amio, ma il sentimento alla base è sempre lo stesso: “mortacci tuoi”.

Parlare in corsivo: protèsi verso il futuro

Gira e gira, torniamo sempre sullo stesso punto, ma con delle variazioni sul tema.

Non è un male.

Recuperare, reinterpretare, sezionare per creare commistioni è alla base dell’arte di tutto il nostro secolo.

Nella performance art, ad esempio, il processo artistico conta più dell’oggetto.

E volete dirmi che 24 milioni di visualizzazioni per una ragazza Elisa Esposito, per la precisione – che ti insegna a “deformare” le vocali non è performance?

Ok, forse no. Ma non mi fossilizzerei sui dettagli.

Concentriamoci sul processo.

Il processo ci dice che il parlato corsivo, oltre ad avere origini antiche, è discendente della scrittura corsiva, che si caratterizza da una inclinazione dei caratteri verso destra, un protendersi in avanti, che suggerisce anche una certa velocità. E che, giustamente, nei suoni si risolve con l’allungare le lettere finali, protèsi velocemente in avanti, verso il futuro. Con qualcosa che viene dal passato, certo, se no che futuro sarebbe.

Ritorno al futuro. Anzi ritorno al corsivo. 

Per me, che sono cresciuta con lo stigma del parlare in corpo, la cosa ha un che di ottimistico.

Parlare in corsivo o in corpo, protèsi verso se stessi?

“Tu parli in corpo” mi dicevano da piccola. Cioè: ti parli addosso.

Ma in realtà il senso è più profondo: ti parli dentro, non ti sento perché ti stai rivolgendo a me ma è come se tu non volessi, hai messo un vetro, ti vedo ma non ti sento.

Ci sono diversi tipi di parlata in corpo:

Puoi parlare in corpo perché sei costretto a interagire con qualcuno ma sei anche furioso, allora metti una sorta di freno a mano alla conversazione, che procede ma senza fludiità e soprattutto per poco tempo.

Puoi parlare in corpo perché sei timido e allora cerchi di interagire facendoti notare il meno possibile.

Puoi parlare in corpo perché sei un tipo profondamente tranquillo, così tranquillo che non alzi mai la voce e anche quando qualcuno te lo chiede gentilmente, perché proprio non è riuscito a sentirti, tu ti ripeti: ma senza variazioni di tono. Quel tipo di tranquillità che farebbe avere un attacco di isteria pure a un monaco tibetano.

Parlare in corpo insomma: protèsi verso se stessi.

Parlare in corpoe: “è una questione di qualità”

Ecco, qui la mia ricerca si è conclusa e come al solito, appunto, da brava millennial sospesa in mezzo a due epoche/ situazioni sociali opposte e ugualmente direzionate da e verso il caos, ho tratto una conclusione che è soprattutto una via di mezzo.

Ovvero, tra chi parla in corpo, protèso verso se stesso, e chi parla in corsivoe, protèso in avanti, io scelgo di parlare in corpoe.

Cioè prima di dire/fare una cazzata, la ripeto più volte a me stessa.

Magari poi la dico e la faccio lo stesso, anzi è sicuro. Ma vuoi mettere la bellezza di esserne consapevoli.
È una questione di qualità” (cit.)