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Sognatori duri per i tempi

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Come quando sei convinto siano passati sei anni e invece sono solo passati sei minuti e sei ancora in fila alle Poste;
come quando accendi la tv e sei convinto di essere uscito da una tragedia mondiale e invece ti rendi conto che già se ne sta preparando un’altra;
come quando ti svegli dopo un incubo e non sei sicuro di essere tornato alla realtà.

Quando finirà? Quando è iniziata? Perchè finirà, vero?
Le domande sono sempre le stesse, dal 2020.

E la risposta non è quella più probabile, “tempi duri per i sognatori”, ma la sua variante più fastidiosa: “sogni duri per i tempi bui che stiamo vivendo”. Che stiamo vivendo chissà da quando, in effetti.

Tempi duri per i sognatori, sogni duri per i tempi bui

Voglio dire, non abbiamo fatto in tempo a uscire da una pandemia, che siamo scivolati nell’incubo di guerra, con annesso disastro economico.

Per il secondo anno consecutivo, sfogliare Google Foto o i Ricordi su Fb è uno slalom tra scene di isolamenti, capelli sfatti, occhiaie, screenshot alle videochiamate di Pasqua.

Ho trovato un video, dove taglio una piccola forma di pecorino molisano, con in sottofondo Sweet Things di Bowie. Canzone che, per la cronaca, non parla di un pecorino molisano.
Avrebbe dovuto? Forse. Sarebbe stato giusto? Certo. Ma no, non parla di pecorino.
La situazione era questa.
Il cielo ha voluto che non l’abbia pubblicata da nessuna parte e spero di non averla neanche mai mandata a nessuno.
Ma chi se lo ricorda? Chi ha realmente traccia di quello che è successo e sta succedendo?
A parte i social, dico.
Io no.

Io ho capito solo che l’unico modo per fare una sintesi di tutto, dal 2020 a oggi, è ripercorrere i sogni che ho fatto e che ho trascritto sui social.
Tra l’altro, la cosa mi turba, sono sogni fatti sempre a marzo: il calendario dei ricordi Fb non mente.


Marzo 2020
Sogno di essere un’ infermiera alle prime armi, in un enorme ospedale dove girano medici con guanti rosa shocking.
Devo assistere un malato che grida disperato e penso, seriamente, di farlo taggandalo in un qualche post divertente.
Cioè, volevo curare il virus con i tag.
È ridicolo, lo so, ma astraendo un po’: non è quello che abbiamo fatto tutti?
Comunque, nel sogno, mentre cerco nel web il tag curatore, mi distraggo e finisco nella pubblicità della nuova Barbie Pandemia, si chiama proprio così.
E il sogno finisce.

Marzo 2021
Non ho sognato nulla.
Altrimenti lo avrei scritto e, se lo avessi scritto, i social me lo ricorderebbero.
Ma il fatto che io non abbia sognato, ha molto senso lo stesso.
In qualche modo, il 2021 per me è riuscito ad essere peggiore del 2020. Come se l’eco della situazione fosse arrivata solo allora, in tutta la sua subdola forma oscura. Tempi orrendi, quando non si sogna.
Di poche cosa sono sicura come di questa.

Marzo 2022
Pochi giorni fa, sogno non una, ma ben due cose.
Una volta sogno di correre senza mèta precisa, mentre qualcuno suona Space Oddity per strada. E non c’è bisogno di spiegazioni. Cioè, se dovessi scrivere una biografia sintetica per raccontare 36 anni di vita, scriverei questo.

La seconda volta, ieri, sogno di attraversare il ponte della mia città, mentre una folla enorme e ingestibile di giapponesi cerca di fare un tango collettivo.
Proprio collettivo, cioè cercano davvero di fare i passi coordinati, tutti insieme.
E sappiamo tutti che i giapponesi hanno il giusto livello di rigore e pazzia, che consentirebbe loro di riuscirci.
Così io procedo con grande difficoltà sul suddetto ponte pisano, portando una sostanziosa quantità di fogli dattiloscritti tra le braccia. Qui incontro un amico, che mi dice “Ah, sei tu, che ci fai con quei fogli?”
“Questa è tutta la roba che ho scritto su Bowie, devo farne qualcosa… ma non credo basti…”
Lui ride e mi dice “Oh, sbrigati, io sono riuscito a fare tutto durante il lockdown e l’ho consegnato all’imprenditore lì, che ne farà un film”.
Mi giro a cercare il famoso imprenditore perso nel tango nipponico collettivo, quando sento un boato lontano, farsi sempre più vicino.
E non penso “Oh no, è il terremoto”; non penso a urlare, non penso a scappare, come fanno tutti.
Penso solo “quindi è così che ci si sente quando crolla tutto”, “quindi non riuscirò più a fare tutto quello che volevo, avrei dovuto fare di più…”
A quel punto sento la terra cedere sotto i piedi.
Scivolo, cado di spalle, sento tutto che salta, poi frana, poi salta e poi frana ancora sotto di me.
Mi rendo conto di non poter fare assolutamente nulla.
Inizio persino a sentire la sabbiolina e i pezzi di cemento sbriciolato che mi coprono gli occhi e il volto.
Penso solo: “ora finisce, ora finisce”. Ma non finisce. Aumenta. Aumenta il boato, aumenta il rumore.
Così decido di fare l’unica cosa che posso fare: trattenere forte tutti i fogli.
Tutte le cose che avevo provato a fare.
Ma non lo decido neanche, a pensarci adesso.
Semplicemente mi viene naturale difendermi dai sassi, restando aggrappata così, ai pezzi di carta.
Che cosa stupida, per cercare di sopravvivere.
Ma è pure vero che carta batte sasso, si sa.

Ok, lo ammetto: avevo bevuto un po’ troppo la sera prima.
E avevo mangiato poco.
Però, a parte questo: che botta, davvero.

Di quei sogni che, anche quando hai gli occhi aperti, ci metti un po’ a riprendere contatto con la realtà e la scossa di quei flash, ti fa tremare a scosse regolari e decrescenti fino al mattino.

Chissà che risveglio tragico, si potrebbe pensare.

Invece mi sono svegliata pensando solo “Adesso prendo il caffè e vado a correre”.

Finché i ponti reggono e prima che qualcuno decida di fare un ballo collettivo che faccia crollare il mondo, non ci resta che provare a fare tutto quello che possiamo.

Non ci resta che correre.

Immagine di copertina di Mirko Iannicelli.