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Sparare illusioni: un cartonato per Presidente

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Come quei viaggi mentali che facevi da bambino, quando ti mandavano a letto presto, ma tu non avevi sonno;
come una favola da raccontare o farsi raccontare, per tranquillizzarsi;
come quei progetti che fai sotto la doccia, che sembrano irrealizzabili, ma poi… no, poi in effetti lo sono, ma chissà, magari solo perché non ci hai creduto abbastanza.
Pensavo in effetti all’elezione del Presidente della Repubblica.
E ci pensavo proprio con questo mood: il sogno a occhi aperti. Il filmone mentale.

Tra meccanismi politici, presentabili, impresentabili, impresentabili che minacciano di candidarsi e poi scompaiono, donne, uomini, figure di facciata, figure di merda, i meno peggio, i meno realisitici… pensavo: e se avessimo eletto un’idea?
Ma non in senso metaforico, cioè, anche in quel senso, ma io parlo proprio di un cartonato che rappresenti la nostra idea di Presidente e quindi di Paese.
Un cartonato a nostra scelta: una sagoma scura, un quadrato, un cerchio, un cartonato tipo quelli del tiro a segno, su cui riversare le nostre illusioni di Paese sfinito e che sfinisce. In modo da costruire noi, il nostro bel rappresentante di Stato, fatto solo delle nostre illusioni che prendono vita.
Sparare illusioni come colpi di pistola al poligono di tiro.
E dobbiamo sparare senza le cuffie per proteggere i timpani: ne dobbiamo uscire rintronati.
Ci devono fischiare le orecchie per mesi, per anni, perché le illusioni devono fare rumore, devono diventare una presenza costante e ossessiva, quasi dolorosa, che a un certo punto devi affrontare e possibilmente realizzare, altrimenti ti scoppia la testa.
Insomma, un cartonato, la nostra personale scheda bianca da bucherellare con i sogni. Le illusioni. Gli scazzi.
Altro che fumate nere: un frastuono collettivo.

Io sparerei subito il colpo dell’alieno.
E per alieno intendo l’inaspettato, quello che sorprende, che scansa il prevedibile e il consueto, magari garbatamente ma con decisione: aprirsi al cambiamento, questa è la prima idea che vorrei rappresentasse il Paese.

La mia personalissima affezione alla categoria aliena, si porterebbe dietro una scarica di altri colpi, ad esempio il futuro. Un futuro che sorga da un incrocio di intelligenza emotiva, mescolata alla giusta dose di razionalità, come riferimenti di base per ogni decisione da prendere. Sembra scontato, ma non lo è davvero, né la razionalità né, soprattutto, l’intelligenza emotiva.

Ecco, l’intelligenza emotiva sarebbe nello stesso caricatore dell’arte.
L’arte: il colpo che sparerei con più vigore.
Eleggerei l’idea di arte come motore di crescita per il Paese.
Una crescita da ogni punto di vista, non solo legata al turismo, ma anche legata alla crescita degli individui, a partire dai bambini nelle scuole.

L’ultima mitragliata la dedicherei a tutto quello che questi colpi implicano per forza di cose, ma che è sempre meglio ribadire: fiducia nei giovani, spazio alle donne, libertà di espressione sotto ogni profilo, ambiente.
E se avanza qualche colpo, sparerei anche il sogno di abolire Sanremo così come è concepito. Che non guasta, visto che ormai è diventato la rappresentazione più fedele di quello che è questo Paese e soprattutto di quello che dovrebbe smettere di essere: vecchio, smemorato, annoiato. Una sfilata di cartonati che però rappresentano solo cliché.

Il cartonato che vorrei io, sarebbe il cartonato del miglioramento in potenza, la condensazione delle possibilità, il seppellimento della sfiducia.
Insomma, una roba a cui Amadeus non dedichi “Sei grande, grande, grande”, come è accaduto al poro Mattarella.
Ma davvero, liberiamo quest’uomo. Ma avete visto la faccia che aveva durante il giuramento?
Manco Adinolfi dopo l’auto battezzo di Lauro.
Voglio un cartonato che il 31 dicembre non farebbe un discorso alla nazione, ma un assolo rock.
Lo so che suona un po’ fantasioso, troppo utopistico, quasi smielato, nel suo essere sognante.
Ma del resto, ho appena visto Gasparri in aula, prima del voto, che fingeva (?) di passarsi il disinfettante per le mani sotto le ascelle.
Mi pare che il senso della realtà si sia perso da un bel pezzo.
Siamo già nel surreale. Tanto vale immaginarlo come vogliamo.