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Tutte a casa: il futuro è rete

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Per la sezione della Rubricosa, Incontri Femmine, ho chiacchierato a lungo con Federica Alderighi, del Collettivo Tutte a casa.

1 marzo 2022, Pisa.

La prima cosa che mi è stata chiara è che il Collettivo Tutte a casa ha ben presente il concetto di fare rete.
In occasione della presentazione e proiezione del loro documentario Tutte a casa – memorie digitali da un mondo sospeso – al Teatro Nuovo Pisa-Binario Vivo, nell’ambito della rassegna [R]ESISTENZE – Donne che cambiano il mondo – ho provato a contattarle sperando fossero disponibili per una piccola chiacchierata-intervista. 

Il tempo di pochi messaggi su Fb e un paio di parole su WhatsApp e non solo hanno accettato: mi hanno invitata a bere vino con loro. 

Così, un paio di ore prima della proiezione, mi sono ritrovata al tavolo con Federica Alderighi – produttrice, autrice e organizzatrice – a parlare di come è nato il progetto Tutte a casa, di cosa è significato lavorare sui video testimonianza di tante donne, durante i mesi del primo lockdown del 2020 e di cosa significhi oggi solidarietà femminile, ovvero unirsi, darsi supporto, condividere e mettere a disposizione la propria professionalità e passione. 

Fare rete, appunto.

Con noi c’era anche Elisa, una sua collaboratrice, Simona, una protagonista del documentario, con cui è diventata amica durante la realizzazione del progetto, e che per la prima volta incontrava dal vivo, e Paola Malacarne di Toponomastica femminile. Insomma, un esempio di rete già dall’aperitivo.

Donne diverse per un unico scopo: far sentire la propria voce e dare voce alle donne.

Tutte a casa: perché e come è nato il progetto

Tutte a casa è un collettivo nato durante la prima ondata della pandemia, “per rispondere” – cito dal loro sito – “all’urgenza di vivere il presente di crisi, attraverso la narrazione cinematografica di sedici donne, professioniste del settore. La loro sfida è quella di lavorare nonostante la crisi, creando qualcosa di utile e rappresentativo: organizzare, dirigere e produrre film a distanza attraverso l’interazione on line, applicando strumenti delle politiche dal basso e delle community on line”. 

Fare rete, dicevamo. 

Così, nei primi giorni di lockdown, dal gruppo Fb Mujeres nel cinema è partita una call indirizzata alle donne, con la richiesta di testimoniare quanto stava accadendo tra incertezze e precarietà emotiva e economica. 

Risultato: 8000 video diari che, dopo un lavoro di montaggio e regia a distanza, hanno dato vita al documentario Tutte a casa storie – memorie digitali da un mondo sospeso.

Tutte a casa: il documentario

Tutte a casa non è solo un documentario, non è solo una testimonianza profonda e sentita di quello che è successo durante la pandemia che ha scosso il mondo (siamo sicuri di averne piena consapevolezza?): Tutte a casa è un filo. È un lungo filo che scorre tra 8000 video diari di donne, che hanno avuto la voglia e il coraggio di mostrare il proprio volto, il proprio dolore, la propria forza e la propria vita durante i primi mesi di lockdown. 
È la restituzione di uno spazio, di un tempo e di una narrazione che troppo spesso alle donne vengono negati.
La pandemia non ha fatto altro che evidenziare e mettere ancora di più in luce questo aspetto. 

La prima cosa che mi sono chiesta è: come avranno fatto a orientarsi tra questa valanga di video diari, tra tanti vissuti diversi, tra stati emotivi variabili? Soprattutto considerando che il tutto risale alla fase iniziale della pandemia, quando nessuno aveva ancora ben chiaro quello che stava accadendo, come e soprattutto quando sarebbe finita. 

“Abbiamo seguito un flusso emotivo – mi ha spiegato Federica – Siamo partite dalla fase in cui tutti eravamo quasi ottimisti, ci sembrava solo una breve pausa dalla vecchia vita. E poi abbiamo seguito l’onda, la fase di fastidio, poi di ansia, poi esasperazione, ma anche quella di rinascita”.

E in effetti la regia e il montaggio restituiscono proprio queste montagne russe emozionali, lo fanno attraverso la musica, il silenzio, il ritmo della quotidianità. C’è chi ha continuato a lavorare, chi ha scandito i giorni in base a quello che sceglieva dal frigorifero, chi ha calcolato il tempo osservando una pianta che cresceva sul balcone in attesa che regalasse il primo fiore; chi si è fermata, chi ha trovato il coraggio di fuggire dalle violenze domestiche.
Tutto attraverso gli occhi delle donne, quindi. “È bello, giusto e necessario” ho scritto nel mio primo messaggio al Collettivo.

E lo penso davvero, perché la pandemia ha mostrato il carico di lavoro delle donne, quello evidente, quello sommerso, quello dato per scontato: gestione della casa, dei figli, della Dad dei figli, del proprio lavoro, magari precario. 

Senza contare le situazioni di abusi. Il lockdown ha costretto le donne in casa con i propri aguzzini, maggiormente aggressivi a causa della frustrazione generale della situazione.

Le donne sono quelle che ci hanno rimesso di più, durante la pandemia. 

E nonostante questo, anche la narrazione di questo aspetto è stata/è spesso affidata agli uomini. “Quando ho visto che avevano invitato uno psicologo, uomo dunque, a parlare della situazione psicologica delle donne mi sono resa conto dell’importanza di restituirci la voce” mi ha detto Federica. 

Ed è proprio così. La sottorappresentanza femminile, nei più svariati contesti, è una realtà evidente e ancora sminuita o non riconosciuta da troppi.

Così la voce, i volti, gli sguardi e i silenzi delle donne, in questo documentario, sono una testimonianza, una dimostrazione: noi ci siamo. 

Serve a conservare la memoria di quello che è stato, è utile a raccontare quello che dovrebbe essere e ricordare che la storia non è fatta esclusivamente di e da uomini.

Non solo. Dai racconti e anche dall’intensità e dalla lucidità, nonostante tutto, di molte voci, è evidente che l’aver realizzato questi video diari con un obiettivo – quello di condividerli con la collettività – è stato di aiuto a queste donne per mantenere appunto un filo, ognuna il proprio, che non va verso il vuoto, ma verso altri fili che insieme appunto fanno rete.
Un po’ come le donne che hanno calato dai balconi i cestini pieni di mascherine cucite in casa o quelle che calavano una busta in attesa che fosse riempita di beni di prima necessità. Dall’altra parte c’era qualcuno.
Vuol dire che se lanci un filo, qualcuno dall’altra parte ti aspetta per raccoglierlo e pescare insieme con te qualcosa di nuovo.

Tutte a casa – il talk Donne: pensare il futuro dopo la pandemia

Prima della proiezione del documentario c’è stato un intenso dibattito con altre ospiti.

La presentazione di Federica Alderighi

Questo film è nato in pandemia. Siamo sedici operatrici del mondo dello spettacolo, che si sono conosciute i primissimi giorni di lockdown, marzo 2020, in un gruppo Facebook che si chiama Mujeres del Cinema, che racchiude ormai 15.000 professioniste.
Come tutti, come tutte, non sapevamo cosa stesse succedendo. Quindi Cristina D’Eredità, che è diventata poi la nostra presidentessa nonché montatrice di questo film, ha avuto il coraggio e l’intuizione di scrivere all’interno del gruppo un post “Chi ha voglia di comunicare questa cosa? Che sta succedendo?” 

Abbiamo creato un collettivo, eravamo tutte animate dallo stesso desiderio di comunicare il sociale. Poi siamo diventate associazione e così abbiamo capito che indirizzo dare al progetto nascente. 

Da donne, ci siamo rese conto che quello che stava accadendo passava attraverso una narrazione al maschile: politici, economisti, virologi, medici. La narrazione, tranne pochi casi, era maschile. Inoltre, abbiamo notato da subito che gli effetti del lockdown e poi della pandemia erano un evidenziatore delle difficoltà e differenze sociali e di genere che hanno portato a un peggioramento delle condizioni delle donne. Le donne si sono fatte carico degli oneri casalinghi più degli uomini, hanno dovuto lasciare il lavoro più degli uomini.
Abbiamo deciso così di creare un documentario per dare voce alle donne, tramite le donne. Abbiamo creato una call, veicolata dai media, abbiamo chiesto alle donne italiane, e non solo, di inviarci dei video diari del loro lockdown.
Dopo tre mesi sono arrivati 8000 video diari da più di 500 donne differenti: bambine, donne single di 60 anni, mamme, donne incinte, tutte persone diverse. 
Abbiamo avviato un crowdfunding per finanziare il lavoro e ad un anno esatto dal primo lockdown e dal nostro compleanno come associazione, il nostro documentario è andato in onda su La7D e il 9 marzo su La7.

Non poteva andare meglio di così. Abbiamo fatto un percorso festivaliero. Oggi è la prima occasione in cui il film viene proiettato al cinema. E ne approfittiamo per ringraziare le realtà che danno voce al cinema indipendente e per rilanciare gli spunti di riflessione che offre il film. Perché le donne sono termometri sociali.
Uno dei modi migliori per dimostrarlo è affidarci a donne che lavorano per le donne

Federica Alderighi: “Carla Pochini – presidente Casa Della Donna di Pisa – c’è una differenza tra le donne prima, durante e post pandemia?”

“Sì. La nostra Casa della Donna opera da 31 anni a Pisa e provincia, con numerosi sportelli per sensibilizzare il problema della violenza sulle donne.
Già nel corso degli anni, dall’inizio, attraverso l’esperienza del Telefono Donna, abbiamo visto crescere la consapevolezza delle donne di star subendo violenza.
Durante la pandemia, il Centro si è attrezzato, non è mai stato chiuso. Abbiamo avviato una campagna sul territorio, consegnando nelle farmacie dei bigliettini con il numero di riferimento, affinché le donne non si sentissero sole. Potevano sempre chiamare.
La pandemia ha fatto sorgere, intorno a queste problematiche, uno sguardo diverso della rete familiare e amicale: la segregazione ha permesso ai familiari di poter vedere la situazione di alcune donne, la violenza domestica fisica e psicologica.
Questo è stato importante, perché quella rete non dovrebbe mai voltarsi dall’altra parte. 

Ovviamente in pandemia il lavoro di ascolto si è complicato.
Molte donne chiedevano consigli su cosa fare rispetto a certi meccanismi, come proteggere i figli. Si sono rese conto che era importante parlare e sentirsi ascoltate, aspetto necessario per essere credute.
E la cosa più importante è credere alle donne, perché le donne non sono credute neanche in tribunale.  

E invece è necessario per ridare loro dignità e libertà. La libertà delle donne dovrebbe essere anche quella degli uomini, le cose dovrebbero andare di pari passo. Invece spesso i problemi delle donne vengono raccontati male, colpevolizzando le vittime. Persino nei casi di femminicidio, che rappresentano sempre delle sconfitte per i centri antiviolenza e per la società.

La narrazione va assolutamente cambiata: è un problema culturale, educativo su cui lavorare, perché il patriarcato si manifesta quotidianamente. Basti pensare che spesso le stesse donne ne ripropongono i meccanismi senza rendersene conto.

Federica Alderighi: “Doretta Boretti – scrittrice, giornalista – tu che cosa vedi da intellettuale, qual è lo sguardo verso il futuro delle donne”? 

Ho effettuato una ricerca, in questi mesi, per ragionare sul ruolo dei media per una corretta informazione, è stato rilevato da più parti che non sempre la narrazione va nel verso corretto e si attua spesso una doppia vittimizzazione delle donne abusate.
Ovviamente la pandemia ha complicato la comunicazione, ma da un lato, attraverso le video chiamate ad esempio, si sono individuate situazioni che a volte sfuggono, perché di solito non si entra con una telecamera all’interno della famiglia. Questo ha fatto emergere situazioni di violenza e grande difficoltà.

Federica Alderighi: “è necessario dunque fornire esempi culturali e semantici. Come fa Paola Malacarne con l’associazione Toponomastica femminile, che ha tanti meriti, uno fra tutti fare rete con le donne.
Paola, c’è una prospettiva futura? Perché se è vero che il lockdown ha sottolineato un problema, questo ci deve permettere di aprire gli occhi”.

La pandemia ha fatto pagare un prezzo caro alle donne, a causa di una posizione storica di subalternità che le donne hanno subito. Subalternità che assume diverse forme e diverse facce, alcune più evidenti, altre più subdole, ma non per questo meno pericolose. Una di queste è il mancato riconoscimento del valore delle donne, del contributo che le donne hanno dato alla costruzione della nostra società. Le donne, ad esempio, sono spesso assenti dai libri di studio e questo agisce in profondità, nell’immaginario, incide anche nella relazione fra i sessi. Fino a condurre alle forme più efferate di violenza.

Se una persona non ha valore, diventa cosa da poco e può facilmente passare da soggetto con dei diritti, a oggetto di cui si può abusare. Il fatto che le donne non vengano riconosciute, le fa sentire da meno, con delle ripercussioni anche sull’ autostima.
La nostra associazione lavora per il riconoscimento delle donne, per riportare alla visibilità il valore delle donne attraverso la nostra memoria collettiva, cioè le strade.

Vi racconto un aneddoto significativo, che si riallaccia anche al discorso di fare rete. La nostra associazione nasce grazie all’osservazione di una studentessa di una scuola superiore di Roma, la quale, in giro nelle strade della sua città, in un percorso di genere – organizzato per andare alla ricerca delle tracce che le donne hanno lasciato nella comunità- ha detto alla professoressa di geografia: “Ma che ci stiamo a fare, tutte le strade sono intitolate agli uomini”.
Una realtà che tutti noi abbiamo sotto gli occhi, ma a cui non facciamo caso. La professoressa ci pensa, si chiede se in effetti anche altrove esista lo stesso problema e pone una domanda su Fb. In breve riceve 1000 risposte uguali: “è vero anche nel mio paese è così”.

Così abbiamo deciso di organizzarci per fare ricerca sul territorio e ne è venuta fuori una percentuale: su 100 toponimi, solo 10 sono dedicati alle donne, di cui 7 a martiri o prostitute. Basti pensare a tutte le varie Piazza della passera, Del lavorino, Delle belle donne.
Sembra una cosa da poco, ma le strade sono il nostro punto di riferimento, non facciamo niente senza indirizzo e non abbiamo mai fatto caso al fatto che tutti i nomi sono maschili.

Questo fa sì che, nel nostro profondo, abbiamo la percezione che lo spazio e la memoria, il tempo, appartengano agli uomini. E le donne? Non ci sono? Questa è una violenza: l’invisibilità.
Allora ci battiamo per lavorare sul territorio, collaborando con amministrazioni comunali, perché rimedino a questo divario, con la consapevolezza. Facendo cioè informazione anche nelle scuole, per dare alle generazioni femminili nuovi orizzonti di rappresentazione personale e professionale. Perché se non ti vedi mai nominata, non puoi immaginarti realizzata.
Io ho insegnato per tanti anni e in una scuola dell’infanzia chiesi “Tu da grande chi vorresti essere?”
Tra i bimbi di 5 anni, i maschi scelsero tra 32 mestieri diversi. Le femmine tra 7. 

A proprio di prospettive, abbiamo avviato, durante la pandemia, il progetto Calendaria. Sì, con la -a.

Calendaria è nata perché, al pari delle strade, volevamo che per ogni giorno della settimana fosse visibile un volto di donna, attraverso la quale ricordarci che esistiamo. 
Ogni settimana è dedicata a una figura, appartenente a uno dei paesi dell’Unione Europea, quell’Europa di cui le donne sono portatrici dei valori fondanti. 

Calendaria è scritto in 3 lingue. Per ragioni di spazio, ci sono poche righe di descrizione, ma ogni settimana sulla rivista on line Vitamine vaganti pubblichiamo la biografia estesa della donna, con anche la sua lingua originale.
Le loro vite dimostrano che, essendo donne, spesso hanno dovuto faticare il doppio. Calendaria è distribuito nelle scuole, per dare nuovi modelli di riferimento alle nuove generazioni. 

Federica Alderighi: “La conclusione di tutte queste riflessioni, dunque è un ritratto di donne sempre più consapevoli, che chiedono aiuto, fanno rete, vogliono costruire un futuro per se stesse e per le altre.
Noi come Tutte a casa abbiamo fatto questo, ci siamo unite quando tutti erano isolati”.

Ecco, credo il senso dell’essere donna, sempre, ma oggi più che mai, sia in questa idea di condivisione. Perché la risposta alla domanda – che intelligentemente pone Paola Paoli, Festival di Cinema e donne di Firenze – “la pandemia è una metafora della condizione femminile?” è: decisamente sì.