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La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. Ma soprattutto di dischi, vinili e cassette che non puoi fare a meno di comprare, senza nemmeno poterli ascoltare, solo perché’ ti piace la copertina o perché’ un nome nei credit ti dice qualcosa. E poi costano poco, forse.

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Music in the world of Islam – 6: Drums & Rhytms

di:

Prologo (Every Grain of Palestinian Sand) 

Ci sono luoghi dell’animo. E poi ci sono inferni dell’animo. Io ne conosco molti, specialmente quando puoi spendere un po’ di soldi, vivi a Londra, e il mercato dei vinili è vivo e vegeto. Meta fissa di zombie vinilici e vampiri a 33 giri, nonché altre creature speciali ancora dedite all’acquisto compulsivo di formati desueti tra cui compact-disc et  similari, è il luogo del delitto di oggi, in zona North London (sempre da quelle parti stiamo, lo so, abbiate pazienza) Notting Hill Music & Video Exchange. Vanta filiali in altre città della perfida Albione, e un intero isolato di vari spin-off (Book Exchange, Comic Exchange, Clothes Exchange) poco dietro la storica sede. Il negozio in se non è nulla di speciale, classica bettola inglese su un piano, più micro-soppalco, vanta una certa clientela di specializzati e v.i.p. (pare che il buon Nick Hornby passi spesso da queste parti), ma come altri posti, di cui purtroppo parleremo a profusione qui, ci trovi praticamente un buon novanta per cento di dischi usati a prezzi variabili dalla rapina all’occasionissima. Oltre a cose praticamente inutili, e ovviamente oggetti misteriosi. Anzi, misteriosissimi. 

Ritrovamento (Under The Arm) 

Di solito fra i miei giri random, praticamente in ogni comparto per genere, mi soffermo a lungo in quelli world, specialmente nei negozi che so fare selezione accurata di titoli usati. In Inghilterra poi, c’è una vasta disponibilità di titoli documentaristici e di archivio provenienti da collezioni e istituti di ricerca che periodicamente arrivano sul mercato dell’usato per caso o per fortuna. Quindi vale sempre la pena dare un’occhiata, in caso saltasse fuori una registrazione sul campo di musica della Mauritania degli anni ’30: in questo caso il mio occhio cade su un vinile a 13 sterline dal titolo emblematico e stimolante, “Music in the world of Islam – 6: Drums & Rhytms”. Il gioco, spesso, vale la candela. 

Insoliti Sospetti (Sip After Sip, Of Your Own Blood) 

Online le notizie sono praticamente pochissime, diciamo anche zero. Una striminzita pagina di Discogs ci permette di risalire all’anno di prima pubblicazione (1976) per la Tangent Records, etichetta fondata nei ruggenti seventies dal musicista sudafricano Mike Steyn, venuto a mancare nel 1999, guarda caso proprio nella nostra Londra dove aveva  base. Si tratta ovviamente di una serie in vinile che comprende sei volumi (The Human Voice, Lutes, Strings, Flutes & Trumpets, Reeds & Bagpipes, Drums & Rhytms) e nello spirito documentaristico delle prime uscite della label si compone principalmente di field recordings nel mondo dell’Islam, dall’India al Marocco, passando per Pakistan e Kurdistan. Ma, come nel caso di certi volumi delle Lomax collection, non siamo di fronte ad un sampler, bensì di fronte a registrazioni di performance uniche ed irripetibili, in certi casi  anche iniziatiche e segretissime. Le performance trasudano vitalità. Letteralmente. 

Centro Elaborazione Dati (Allah é Grande e Gheddafi é il suo Profeta)

La qualità’ delle registrazioni è decisamente sopra la norma, per essere dei field recordings, è la prima registrazione, un portentoso solo di Zherbaghali su un pedale di Rabab, la dice lunga anche sulla maestria dei musicisti da qui in poi. 

1974, Kabul e l’estratto riporta solo il solo, assolve e dissolve nel mezzo di un composizione che non sentiremo mai, ci restituisce un’improvvisazione e poi scompare.  

Andiamo in Nigeria, indietro nel 1966, cambia anche la temperatura, il focus sono i  tamburi, in lontananza ance e voci si rincorrono, il contesto è l’inizio del Venerdì, giorno del riposo.  

Jaipur, India, 1975. Una musica per danzare, ritmo lento circolare ad opera di un quartetto di percussionisti. Puoi sentire letteralmente l’ambiente circostante, mentre il ritmo  aumenta. E i piedi, dei danzatori. 

Pakistan, 1975. Un Chang solitario. Cioè uno scacciapensieri, o Jew’s Harp. E il respiro del suonatore, fra le tue orecchie. 

Ancora Pakistan, stesso anno. Un ensemble che stavolta comprende oltre alle percussioni anche una Tambura, suona musica da danza, cerchi regolari che si stringono intorno all’ascoltatore. Sempre più stretti. 

Bahrain, 1972. Musica per I pescatori di perle, un grande coro vocalizza, poche  percussioni rincorrono le voci cadenzando un lento ritmo, invitando alla pesca. E’ notte.  

Iran, 1975. Un solo di tabla, un maestro all’opera, la polvere del tempo spazzata via da mani sapienti. 

Kurdistan, 1975. I dervisci di Al Haq intonano un canto ritmico di devozione, una fanfara di  tamburi e battiti di mani li raggiunge e all’unisono sottolinea il carattere devozione della melodia. Eco nell’eco. 

Algeria, 1970. Un ritmo di Qraqeb apre la via ai tamburi bassi, con la sua ciclicità Gnawa, poi le voci si aggiungono in una forma di canone. Tutto intorno il deserto. Contorni sfumati. 

Iran, 1970. Un santur lancia un cluster di note nell’aria e costruisce una melodia istantanea. Uno Zarb lo rincorre e gli fa il verso, e diventa una corsa contro il tempo,  mentre il tempo stringe. 

Abu Dhabi, 1963. I Beduini di un campo, intonano una War Dance, Ayala, voci potenti, accompagnati da un solitario tamburo e alcune campanelle. Al contrario del titolo, una melodia di gioia infinita, forse nella previsione della morte. 

Joran, 1975. Micro suoni di percussioni, legni e sfregamenti, per una poliritmia che pare interna. Passi dell’animo. 

Algeria, 1970. Un canto di festa per una circoncisione rituale. Tamburi e ance. Ancora una volta la circolarità vicina alla performance Gnawa, l’ambiente circostante s’insinua tra le  note, mentre il confine tra melodia maggiore e minore diventa sottile. E sparisce. 

Marocco, 1975. Alcuni bendir, il tradizionale tamburo a cornice, e voci di donna. Canti Tuareg, in una scansione ritmica complessa ma che risulta naturale e gioiosa, quasi  giocosa. Le voci gorgheggiano attraverso il tempo, fino ad arrivare direttamente dentro il nostro povero cuore nero. 

Alla fine di questo viaggio, il vostro animo, se ve ne è rimasto uno, ne vorrà ancora. Di questa polvere sulla puntina, che viene direttamente da lontano, trascinando con sè millenni di tradizione, per una volta libera da tutte le stupide infiocchettature da Buddha Bar e orpelli New Age. Musica nuda e cruda, ancora viva e palpitante. 

(P.s. su Spotify, gli album sono accoppiati, per cui troverete oltre “6: Drums & Rhythms” anche “5:Reeds & Bagpipes”. Per seguire l’articolo, cominciate ad ascoltare dalla traccia 15 della playlist).