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Raccomandazioni #11: Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp – “We’re OK. But We’re Lost Anyway”

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La prima volta che mi sono imbattuto negli Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp (d’ora in poi OTPMD), la prima volta che mi sono imbattuto nel loro nome e nelle loro grafiche, ho provato una sensazione ambigua, di attrazione e repulsione. La repulsione veniva dalla percepibile ironia di quel nome: visi (in gran parte) pallidi svizzeri che torcono in maniera dadaista quel “Tout Puissant” usato da molti gruppi africani post-decolonizzazione, dalla Tout-Puissant Orchestre Poly-Rythmo de Cotonou ai Konono N.1. Lo so, sono un bacchettone. Però c’era anche l’attrazione, verso quella stessa torsione, verso le loro copertine bellissime (vedi in particolare il precedente disco Sauvage Formes), e verso quella fisionomia di collettivo numeroso e aperto, che raccoglie strumenti “rock”, archi, fiati, marimbe e chi più ne ha più ne metta.

Se li ascolti, la repulsione passa subito, e l’attrazione cresce ogni volta che metti su i dischi. Perché l’OTPMD usa la sua ambiguità come una forma d’arte, una modalità di essere, e ti ci avvolge dentro. Sembra musica familiarissima, ma che ti porta sempre in direzioni diverse. Sembra dolce, elegiaca, ma viene continuamente pervasa da stridii e rumori sgraziati. Ha una forma rock e un feeling quasi da musica colta. Saccheggia ripetutamente da musiche africane – highlife e, generalmente, mutazioni afrobeat delle Afriche occidentali – ma ha anche delle atmosfere da folk europeo, suonando quasi celtica in alcuni passaggi. È allo stesso tempo fisica, ballabile, e astratta (come Duchamp, direte).

We’re Ok. But We’re Lost Anyway è il quinto disco del collettivo basato a Ginevra, animato dal contrabbassista Vincent Bertholet e incarnato da line-up sempre cangianti. Si può dire che il loro punto di partenza sia il post-punk, e su questo bisognerebbe aprire una parentesi. Di post-punk negli ultimi, non so, trent’anni?, si è abusato. Siamo tipo al revival del revival, e come ha fatto notare Simon Reynolds, ciò che viene celebrato e patrimonializzato di quel non-genere sono le forme più prevedibili, le chitarre taglienti, gli arrangiamenti scarni e i ritmi angolari. l’OTPMD non si risparmia quel tipo di chitarre, usandone spesso il clangore in contrasto con le dolcezze della voce e della marimba. Ma torna al post-punk “originario” per recuperarne lo spirito eclettico, la volontà di farsi ispirare da musiche non occidentali (nere soprattutto), e la voglia di aggredire e far ballare allo stesso tempo, senza trincerarsi nelle banalità funk-punk riesplose negli anni 2000.

Nelle forme estremamente varie dei brani c’è un filo conduttore: un senso di spaesamento. Lo si coglie già dal titolo, lo si sente nelle atmosfere. Ascoltate Blabber, per esempio: la poliritmia della marimba e la linea vocale, dolcissime, emanano una solitudine ariosa, che fa sentire vulnerabili ma anche confortat*. D’un tratto, quel senso di vuoto viene racchiuso da archi taglienti e vertiginosi, un attimo prima che il brano venga pacificato. Flux comincia in maniera simile – desolazione per voce e marimba attorniata da un crescendo di orchestrazioni – per poi diventare un assalto noise/afrobeat contro i paradossi della globalizzazione capitalista. L’OTPMD è un collettivo dall’impronta politica forte, che viene espressa, ancora una volta, in forma di spaesamento: è evidente nella giaculatoria di So Many Things (To Feel Guilty About), un atto di (auto)accusa sulle ipocrisie delle nostre vite da consumatori sull’orlo dell’abisso. Un brano che mostra l’altro lato della desolazione di marca OTPMD, quella camuffata dentro gli attacchi nervosi : un afro-punk che suona come le tarde Slits o certe cose dei Rip Rig + Panic (mentre il contrabbasso ricorda la tuba dei Sons of Kemet). Ancora più ossessivo è l’incastrarsi degli strumenti in Empty Skies, cui fa da contrappunto una linea vocale soave.

We’re Ok. But We’re Lost Anyway esce per Bongo Joe, e contiene tante sorprese quante note. Ascoltatevelo, e ascoltatevi anche i dischi precedenti.