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Raccomandazioni #33: Bob Vylan presents The Price of Life. Dopo la pandemia il mondo è diverso: fa ancora più schifo.

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Mentre scrivo questo articolo – ironicamente isolato dal Covid in Inghilterra, Paese nel quale è stato dichiarato che Covid e isolamento non esistono più – la blasonata rapper britannica Little Simz dichiara di dover rimandare il suo tour in Nord America, perché non ce la farebbe coi costi. È una notizia che colpisce forte, e mi ha fatto pensare a quanto spesso ci facciamo un’idea sbagliata dei soldi che girano attorno alla musica. Voglio dire, Little Simz era disco dell’anno un po’ ovunque nel 2021 – come sarebbe a dire che non ce la farebbe economicamente a fare un tour americano?

È solo una delle conseguenze della pandemia, che ha fatto della scena musicale una delle sue vittime d’elezione. Ma certo non sono solo i musicisti che se la passano male. Nel Regno Unito, Covid e lockdown hanno prodotto un massacro sociale: disoccupazione di massa, crisi abitativa, conseguenze sulla scolarizzazione e sulla salute mentale. Tutto questo ha pesato in particolare sulle componenti più deboli della popolazione: la ciliegina sulla torta venuta dopo un decennio di disuguaglianze crescenti, segnato dalla tragedia di Greenfell quanto dall’ondata di odio razzista che ha accompagnato la Brexit. 

“Bob Vylan presents the Price of Life” è un esplicito concept-album sul montare di ingiustizia e disuguaglianza nel Regno. Bob Vylan è un duo, formato da, ehm, Bobby Vylan e Bobbie Vylan. Si sono fatti conoscere con “We Live Here” nel 2020: in quell’occasione, il gruppo si concentrava sul razzismo sistemico, in un momento segnato dalle rivolte di Black Lives Matter e dalla distruzione delle statue degli antichi mercanti di schiavi eretti a simboli della Nazione. In quell’occasione, i Bob Vylan hanno anche raccontato il boicottaggio della loro musica da parte di pezzi rilevanti dell’industria, spaventata che i loro brani sembrassero – ops – incitare all’omicidio di poliziotti, e hanno pure polemizzato contro l’improvvisa timidezza di autentici simboli del nuovo punk politico inglese come gli IDLES. 

Il modo più semplice di definire la musica dei Bob Vylan è grime-punk. Del resto, il duo racconta di essere cresciuto nell’inferno di questi suoni, gli spigoli ritmici del rap britannico e l’abrasione chitarristica del rock alternativo: mischiare queste forme diverse di musica radicale è stato per loro un passo dovuto. La miscela è evidente e d’impatto anche nel nuovo album: sentite per esempio Take That e le sue pulsazioni profonde, sulle quali Bobby non si limita a sfottere l’omonima boy-band, ma torna a sputare su Elvis coi Public Enemy, e sogna che le statue di Winston Churchill si facciano un bagnetto (una boccata d’aria in nuovi tempi di “sangue, sudore e lacrime”).

Ma in questo disco il gruppo si è divertito a espandere la sua paletta sonora: nell’opener Wicked & Bad mischiano il rock con ritmi jungle, mentre nel capolavoro Health is Wealth le rime di Vylan si appoggiano su un intensissimo riddim reggae/dub. Altrove i Bob Vylan se la giocano sull’aggressione pura e semplice, come nell’hardcore punk di Big Man, con una chiusura a rotta di collo, o nel nu-metal di Turn Off The Radio, che già dal titolo ricorda i Rage Against the Machine. Personalmente preferisco la loro roba più contaminata a quella più schiettamente rock: i Bob Vylan funzionano meglio sulle sincopi, che in roba come il grunge di Pretty Songs (anche se mi immagino bene come il gruppo risponderebbe a questi feticismi da “giornalista musicale” bianco!). 

Tutto l’album è un racconto dal basso delle tante dimensioni in cui l’ingiustizia sociale si prende vite. I Bob Vylan attaccano le politiche economiche del Paese di Boris Johnson, ma raccontano anche come il cibo spazzatura sia un ottimo strumento per il suicidio sociale delle classi meno abbienti, costrette a mangiare merda e bere acqua amara dal rubinetto (nella sopracitata Health is Wealth). C’è anche spazio per una critica del capitalismo della sorveglianza (in Phone Tap Bobby urla “Alexa, portami in prigione!”) e per racconti politici dello stile di vita gangsta, visto come la conseguenza strutturale di un sistema (Wicked and Bad, GDP). I Bob Vylan vedono la fine del Regno Unito, ma non stanno lì a piangerne la dipartita: invitano a bruciare tutto, a dare fuoco a Downing Street, a dichiarare guerra alla nazione.

The Price of Life non è un disco sofisticato. Rispetto ai succitati RATM, il racconto è esplicito, di strada. I Bob Vylan stanno idealmente dentro  un continuum di musiche di strada che partono dagli Sham 69, passano per la 2-Tone e per l’heavy metal inglese più grezzo, e approdano a questi tempi attraverso hardcore continuum, grime e drill. Niente di troppo sottile o sperimentale, ma, in una parola, un disco esaltante, roba che ti fa venire voglia di spaccare la finestra mentre lo ascolti. 

“Bob Vylan presents the Price of Life” esce per Ghost Theatre, e potete ascoltarlo e comprarlo qui.