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Raccomandazioni #49: INFERNO BIZZARRO: Intervista a Similou

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Similou è Vincenzo Marando, per tanti anni chitarrista dei Movie Star Junkies. Vincenzo si è buttato in questo nuovo progetto, totalmente solista e DIY, dentro la reclusione paranoica da Covid, e ne è uscito fuori con 14 pezzi fatti di contraddizioni grottesche. Le contraddizioni dei generi ai quali si è ispirato, tanto per cominciare – exotica, library music, surf strumentale, tex-mex… Musiche che sono il paradigma di un esotismo completamente immaginato: così, “Inferno Bizzarro” è un disco di immaginari avventurosi composto tra quattro mura. E la musica stessa sembra costretta tra mura soffocanti: una collezione di pulsioni morbose, di sporcizia sonora che si arrampica su ossessioni ritmiche. Suoni che esprimono un erotismo che si fa subito ambiguo e malato, un’avventura che nasconde delirio paranoico.

“Inferno Bizzarro” gioca con molti cliché dei generi di riferimento – chitarre twangy, basi di percussioni, richiami (e campionamenti) world, atmosfere a tratti tropicali e a tratti western. Ma la trattazione di quei suoni è degenerata. Il primitivismo rauco dei Movie Star Junkies si sente; lo sporco (in parte, probabilmente, risultato della produzione strettamente casalinga e dei pochissimi mezzi a disposizione) trasfigura ogni cosa – dalle atmosfere sexy di Bolero a quelle malinconiche di Rosa dei Vermi, tutto ha un retrogusto acido. Le chitarre a volte hanno spasmi quasi no-wave (come all’inizio di P.O.J.); rumore e soluzioni sperimentali perturbano lo spazio (come nella finale Chew).

Se devo immaginarmi “Inferno Bizzarro”, più che a palme e deserti penso al casotto lercio di un redneck cannibale che aspetta le sue vittime in una stazione di servizio. E il titolo del disco, in fondo, la dice lunga: una discesa negli inferi talmente acida e grottesca da strappare un ghigno spaesato.

Ho parlato con Vincenzo per saperne di più del disco:

Ci racconti come sono nati Similou e “Inferno Bizzarro”? E com’è passare dal lavoro collettivo con una band (i Movie Star Junkies) al lavorare a un progetto solista in cui ti occupi di tutto, e che ha coordinate musicali differenti da quello che facevi prima?

Ho sempre scritto brani, a prescindere dai miei progetti passati: è un esercizio che pratico costantemente e che mi diverte. Nella scrittura ho cercato letteralmente di decidere il meno possibile; ho quasi sempre arrangiato delle improvvisazioni costruite a partire dalle percussioni. L’unico limite era la relativamente scarsa strumentazione disponibile. È un disco di pressappochismo maniacale. Ho lavorato come produttore di me stesso, ma a un livello davvero basilare. Credo somigli più ad una raccolta di racconti che a un romanzo a capitoli. È una specie di inno a cosa puoi fare seduto in cameretta se hai voglia di sbatterti.

Com’è nata la scelta di rivisitare generi come l’exotica e la library music? Questi mondi sonori ultimamente hanno conosciuto una riscoperta, a volte in forma di omaggio più o meno calligrafico, altre volte in maniera originale e più o meno “devastata” – penso per esempio a tanta roba che è finita sotto l’ombrello dell’Italian Okkvlt Psychedelia… Secondo te cosa li rende così affascinanti e cosa ha spinto a questa riscoperta? E come ti sei posto di fronte al problema del provare a trarre qualcosa di personale da suoni che hanno riferimenti e immaginari codificatissimi, musica che si potrebbe tranquillamente definire “retrò”?

L’exotica è più che altro un miraggio, un pretesto, un gioco: il paesino di montagna dove abito è pieno di palme, bambù ed erba della pampa. Sembrava naturale scrivere qualcosa di exotico. A un certo punto pensavo di chiamarmi Vincenzo Vincenzoni o qualche nome da compositore di quegli anni. Il periodo dell’Italian Okkvlt Psychedelia l’ho vissuto in pieno, anche suonando con Gianni Giublena Rosacroce. Sono contento che quell’epoca abbia lasciato dell’ottima musica ma sono anche contento che con gli anni sia sceso il livello di esoterismo.

Parliamo di musica che viene ritualmente definita “cinematica”… Come te lo immagini un ipotetico film che abbia “Inferno Bizzarro” come colonna sonora?

Se fosse un film sarebbe qualcosa fra Peckinpah e Lattuada, con Tognazzi che è un soldato disertore disperso in un atollo del Pacifico. Scene psichedeliche in cui grazie a un’erba misteriosa, usata per curarlo dalla disidratazione, conosce se stesso e si integra con la popolazione locale. Insegna agli indigeni a fare il baccalà mantecato. Quando il suo plotone torna a riprenderlo lui è ormai un nemico e fa una strage di ex commilitoni. Sceneggiato da Flaiano, con Laura Gemser nei panni dell’indigena e un cameo di Carmelo Bene nei panni di una divinità Tiki. Violentissimo ma con una nota comica. 

Come hai scelto, “concepito” e lavorato sui campioni? Come ti sei rapportato alla contraddizione tra tutte le eredità discutibili legate all’esotica (sessismo, esotismo, colonialismo…) e quel senso di mistero grottesco che stimola l’immaginazione – e che secondo me è centrale in “Inferno Bizzarro”?


Ci sono un paio di pezzi nell’album in cui avevo pensato di campionare dei dischi di musica “etnica” che avevo scaricato anni fa e che riascolto spesso con piacere. Poi ho deciso di tenere i due pezzi per intero, jammandoci sopra. Uno l’ho addirittura allungato. Diciamo che ho ragionato su come usarli senza alterarli, ma hanno comunque un gusto “salgariano”, di uno che sta descrivendo un paesaggio che in realtà non conosce assolutamente. So che parlano entrambi di guerra. 
Non mi sono rapportato alla tradizione e alle contraddizioni che il genere porta con sé. È un genere ampiamente storicizzato e comunque dopo due note è chiaro che non è un disco per puristi.

Hai intenzione di portare Similou dal vivo? Hai già idee su come adattare la dimensione casalinga del disco all’esperienza live?


Ho intenzione di portare Similou dal vivo, sto attualmente provando con una band. I brani vengono più lunghi e in qualche modo ballabili. Sono abbastanza soddisfatto.

“Inferno Bizzarro” esce per Love Boat, e lo trovate qui.

Lo stesso giorno (il 28 Aprile 2023), l’etichetta pubblica anche un altro disco: “Holy Cobra Dub” di The Thugs, al secolo Nicola Giunta dei Lay LLamas. Un fantastico album di dub anni 70, ispirato (a partire dagli strumenti usati) dalla roba uscita dai Black Ark Studios di Lee Perry. Lo ascoltate qui.