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Abbiamo tutti bisogno di un Bowie Day

di:

Come la domenica sera quando ti chiedi “sì ma che ho fatto il fine settimana?”

Come la domenica sera quando ti sembra che ogni giorno sia domenica e ti chiedi “Where the fuck did Monday go?”

Come quando tutto sembra uguale a se stesso.

Serve un Bowie Day. E si dà il caso sia oggi, 20 gennaio. 

Ma partiamo dal principio. 


“Eh ma gennaio non finisce mai”, “il mese più lungo dell’anno”, “il mese più triste dell’anno”, “il Blue Monday”. 

No, io questa cosa che la gente ce l’ha con gennaio non la capisco.

Voglio dire: è un mese bianco, sì, do un colore a ogni mese, il che vuol dire che illumina e riflette tutto.
Rappresenta una fine e un inizio. L’8 gennaio è nato David Bowie.

Ma che volete di più da un mese?

Certo, poi è successo che sei anni fa, sempre a gennaio, David Bowie è anche morto.

Ecco, lì forse un po’ di risentimento verso gennaio potrei capirlo.

Ma solo se uno non ha ben presente il quadro della situazione.


Il quadro è questo: David Bowie è morto il 10 gennaio 2016.

Due giorni dopo l’uscita del suo ultimo album, Blackstar.

Due giorni dopo il suo compleanno.

Poche settimane dopo la prima del musical Lazarus, che ha scritto con Enda Walsh

Io l’ho scoperto l’11, appena sveglia. Avevo ancora un occhio chiuso e incollato al cuscino, quando mi è arrivato il messaggio “No, è morto David Bowie!”

A quel punto ho urlato “NO”. E non per modo di dire, ho proprio urlato. Poi sono andata piano in cucina, ho fissato Juan che fumava di spalle e ho detto “Oh… ma… è morto David Bowie”.

Solo in quel momento, in quei punti di sospensione, mi sono accorta della mia voce mezza rotta e ho capito che non era “solo” morto David Bowie: si erano sparigliate tutte le mie carte.
E non è che fossero in ordine.

Un’amica a cui scrissi poco dopo, mi rispose “E adesso che facciamo?”.

Eh… che facciamo?

È morto David Bowie. E adesso che facciamo?

Io vado in giro con la foto di Bowie nel portafogli da quando avevo 15 anni; ricordo ogni dettaglio del momento in cui ho sentito per la prima volta Life on Mars?; ricordo la sensazione che ho avvertito nello stomaco, la prima volta che ho ascoltato The man who sold the world.
E ricordo quando una vecchia amica, nel 2004, mi raccontò che era stato male, aveva avuto un infarto durante un concerto del Reality Tour e chissà che espressione sconcertata mi venne fuori, perchè ricordo ancora l’espressione di lei, che mi fa “Sì ma è vivo, tranquilla”. 

Eppure, quell’11 gennaio di sei anni fa, mai mi sarei aspettata di stare così male da non riuscire neanche a piangere.
E soprattutto da non riuscire poi a fermarmi dopo la prima lacrima.

Perché quindi? Perché quest’onda d’urto che non ha tramortito solo me, ma davvero tanti altri, fan sfegatati e non, giovani e meno giovani? Perchè si continua a parlarne, si continua a commemorare tanto, soprattutto on line?

 “Something happened on the day he died”


Anzitutto c’è la questione dell’icona: Bowie è un’icona e le icone non “muoiono” .
Anche perché ciò che ha rappresentanto è ancora molto attuale.
Il tema della gender fluidity è solo uno dei tanti esempi.

Poi c’è la stratificazione del messaggio. Ogni canzone, ogni testo, ogni quadro, ogni foto di Bowie è un contenitore, un cumulo ben studiato di altri messaggi, rimandi e ispirazioni, che lo hanno condotto a quella creazione e che hanno lo scopo di condurre altrove chi guarda.

Poi c’è la messa in scena. Di sicuro la messa in scena, architettata da Bowie stesso per la sua dipartita, ha contribuito a creare un sentimento collettivo di partecipazione. Sapeva di essere arrivato alla fine, sapeva di avere ancora qualcosa da dire e ha speso gli ultimi giorni a imbastire lo spettacolo: il riserbo, la data di uscita dell’album, il musical, l’ultimo inchino la sera della prima, la morte -probabilmente assistita- il 10, i funerali privati, l’uscita postuma del singolo No Plan, con il videoclip che sembra il ritratto di quello che è accaduto a chi è rimasto sulla Terra (un gruppo di passanti si ferma rapito davanti a una serie di schermi che non trasmettono nulla, la sua voce canta da un altrove indefinito ma udibile “Here, am I nowhere now? No plan”).

Tutto perfettamente studiato. Come ha detto il suo produttore e amico Tony Visconti, Bowie ha fatto della sua morte quello che ha fatto della sua vita: un’opera d’arte.

Di certo, sull’impatto che ha avuto il suo addio, ha influito il modo in cui ha approcciato all’ultima fase della sua carriera, quell’arte di scomparire di cui parla Francesco Donadio nel suo libro omonimo.
Il potere dell’assenza, l’ultimo numero dell’incantatore. 
Un numero di cui ci era stata data anticipazione pochi anni prima, nel 2013, quando dopo una decina d’anni di pressoché totale assenza dalla scene e dai media, ricomparve letteralmente a sorpresa con The Next Day.

Consapevole della sua influenza o più semplicemente, ma semplice non lo è affatto, deciso a palesarsi solo secondo le sue regole e i suoi bisogni, Bowie si è mosso quando ha avuto qualcosa da dire. E tre anni dopo quel qualcosa è stato “addio”.
Un addio che non è una fine.
Forse è questo il punto fondamentale che differenzia la sua commemorazione, da quella di tante altre, giustamente tributate a icone e artisti scomparsi. Bowie ha lasciato sempre uno spiraglio, non ha mai messo un punto, dato una cornice unica, una definizione.
Reinventandosi e reinventando la sua arte e se stesso, Bowie ha lasciato un messaggio chiaro: mettersi in gioco.

Proprio lui infatti ha sempre giocato a nascondersi dietro una maschera, una capigliatura, dietro una montagna di cocaina, dietro un dipinto, un cameo, un film, il teatro, le dichiarazioni: ha sempre recitato una parte, per poter essere libero di dire tutta la verità.
E la verità è che non c’è una sola verità, niente di immobile e eterno, neanche la morte.


And nothing has changed Everything has changed


E allora la data della sua nascita e quella della sua morte creano un cerchio quasi completo, che parte dal giorno 8 e finisce il 10.
In mezzo c’è il 9, c’è uno spazio, un salto, un buco, un vuoto, un amore purissimo e genuino che è quello per l’arte, a cui dedica l’ultimo sacrificio prima di morire, ed è quello per la famiglia come simbolo di amore incondizionato, che fa raccontare da Newton nel musical Lazarus.
In quello spazio vuoto, da riempire, c’è proprio quell’onda d’urto che ha travolto chi lo ha amato in modi tanto diversi.
Sì, credo che la ragione di questo effetto-Bowie sia in questa apertura, in questo qualcosa tra l’inizio e l’arrivo, tra la frattura in un cerchio che non è davvero chiuso, è pronto a far entrare e uscire altre ispirazioni. 
Qualcosa che può diventare sempre altro.

Per me in questa frattura c’è anche la domanda che mi ha fatto quell’amica, la mattina dell’11 gennaio 2016:
“E adesso che facciamo?”

Immagino che la risposta sia “accettiamo il cambiamento” come stile di vita. 

A parte festeggiare ogni anno il giorno della sua nascita e ricordare quello della sua morte, dovremmo ricordarci di celebrare il 20 gennaio, il Bowie Day, istituito dal sindaco di New York De Blasio quel gennaio 2016. 

Il Bowie Day dovrebbe diventare il giorno in cui facciamo una cosa che non avevamo previsto, che non ci si aspetta da noi, che non ci aspettavamo da noi stessi.
Il giorno del turn and face the strange, del ch ch ch change. 

Just for one day

Illustrazione a cura di Greta Bengasi