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And Just Like That: comfort zone o novità?

di:

Come un bilocale all’ultimo piano. Alle 15. A luglio. Senza condizionatore.
Come un frigorifero senza bottiglie d’acqua, quando torni accaldata.
Come una domenica al mare, quando il tuo vicino di ombrellone ha 3 figli. Tutti sotto i 3 anni.
Insomma, anzi: And Just Like That come tutto ciò che causa fastidio e cali di pressione improvvisa, impazza la polemica Pro-Vax, No-Vax, Nì-Vax, Poi Vediamo-Vax, No-Paura Day, “Siamo in dittatura”, “Siamo come gli ebrei ghettizzati durante il Nazismo” (mannaggia a voi e ai paragoni balordi che fate), “Viva la libertà – addio coscienza collettiva – mors tua vita mea “.
Siamo passati agilmente da No-lockdown, Sì-lockdown e a morte i runner, “basta lockdown e a morte gli ipocondriaci”, “torniamo alla normalità”, “aiuto la normalità”, no-mask, no- vax e… Green Pass!
Sì Green Pass. Ma anche No Green Pass. Ci mancherebbe. Sia mai che ci si trovi d’accordo su una cosa.
Ormai, se entri in un qualunque bar, hai più probabilità di trovare uno che chiede un caffé semplice – non freddo, macchiato, schiumato e non so che altro – che trovare uno che non stia pontificando su massimi sistemi, percentuali e tracking.
Il Green Pass sembrerebbe proprio l’oasi verde dove riunirsi per fare a mazzate dopo un anno e mezzo di una pandemia che ci ha obbligati a mantenere le distanze.
Io mi immagino proprio quest’isoletta, con una piccola palma stilizzata, tipo cartoni animati anni 80, con il cartello “WELCOME TO GREEN PASS. Finalmente potete venì alle mani: menatevi”.
E via, partono i ceffoni alla Bud Spencer e Terence Hill, tra chi è pro, chi è contro, chi non ha capito neanche perché si trovi lì, ma già che c’è, due sberle le mena pure lui, che ha bisogno di sfogarsi.
Così ho deciso di inserirmi agilmente in questa polemica, rispondendo con la lucidità e la pertinenza di una qualunque discussione social: a ca**o di cane.
Parlando di cose che non c’entrano assolutamente, minimamente nulla.
Ad esempio, tirando fuori il revival di Sex and the City.

-“Vogliono minare la nostra libertà!”
+”Sì, mai hai saputo che Kim Cattrall non farà parte della nuova stagione di Sex and the City: And Just Likle That? Samantha Jones, capisci?”

-“No al Green Pass”
+”A proposito, volevo chiederti, ma secondo te come la giustificano l’assenza di Samantha? La fanno morire? Io non so se reggo eh… “

-“Ma tu ti sei vaccinata?”
+”Sì, ma parliamo del vero problema: hai saputo che invece Mr. Big ci sarà? Cioè, secondo te come andrà? Si mollerrano per l’ennesima volta?”

Proprio così, voglio fare. Anzi: And Just Like That. Che è anche il titolo del revival.
Oddio che ansia i revival.
And Just like that, dopo 17 anni dall’ultima stagione -oddio, ma come 17?- e 11 dal secondo e ultimo film – oddio, ma come 11? – vedremo il ritorno di una serie cult che ha fatto storia.
Un cult che ha raccontato le donne, i single e il sesso, attraverso la moda e attraverso New York, con un linguaggio schietto, crudo ma romantico.
Una cocktail infallibile.
Sicuramente più infallibile del Cosmopolitan che bevono le 4 amiche -Carrie, Miranda, Charlotte e Samantha- durante le loro avventure metropolitane. Non so voi, ma io l’ho provato, il Cosmopolitan. E sarà che non ero a Manhattan, ma sulla Tiburtina; sarà che non ero in compagnia di 3 donne che mi capivano meglio di una sorella; sarà che non ero super glamour come loro, ma mi ha fatto ribrezzo.
Gusti. Ma è anche vero che nessuno era riuscito a farmi rinunciare al Gin Tonic, prima delle 4 amiche newyorkesi.
Questo la dice lunga, su quanto Sex and the City sia diventato un cult.
Però la verità è che la serie è invecchiata. Capita anche ai migliori.
Posso dirlo con certezza, perché me la sono rivista tutta di recente, durante il primo lockdown -anche voi avete avuto la fase del lockdown “rivediamo tutte le 6000 stagioni, che ho già visto 6000 volte, piuttosto che iniziarne una nuova?”- e ho avuto la conferma: mancano intere porzioni di una attualità, che è inevitabilmente evoulta in tema di sessualità, femminismo, tematiche politiche e legate alla comunità LGBTQ+.
Ma anche senza andare troppo nel dettaglio, basti dire che SATC si chiude nel 2004, con le 4 amiche che non usano neanche i social.
Oggettivamente: parliamo di un’altra era, di un altro pianeta, quasi di un’altra umanità.
E anche le dinamiche sentimentali – in particolare quelle della protagonista, Carrie – a distanza di anni potrebbero risultare meno comprensibili.
Nel mio caso, va precisato che io ho visto per la prima volta SATC che ero una ragazzina. Le cose cambiano, la percezione delle relazioni – quando va bene – matura.
A non cambiare sono due cose:
1. Il mio tifare per Mr. Big. Il fascino dello stronzo elegante resta una trappola difficile da evitare, a qualsiasi età.
2. Il mio empatizzare con la relazione che lega le 4 donne. Mi commovo più per loro che per le loro paturnie amorose.
E credo che la forza della serie sia tutta in quest’ultimo punto.
SATC ha trasformato la favola della donna che corona il suo sogno d’amore eterno con un uomo, alla favola di una donna che corona il suo sogno d’amore eterno con 3 amiche.
E questo funziona ancora molto bene.
Ma al di là del nodo centrale, la struttura narrativa della serie poggia su un contesto sociale molto ben definito.
Oltre al “Sex”, c’è la “City”. E dopo tanti anni, la City è cambiata, quindi è ovvio che certe cose, a rivederle ora, risultino anacronistiche. Forse l’unica a risultare sempre attuale e dissacrante è Samantha, disinibita e sessualmente esplicita. Perché sì, passano gli anni, ma una donna che parla liberamente di sesso, sembra essere un tabù ancora non del tutto scardinato. Eppure, il primo elemento significativo del revival è proprio che Samantha non ci sarà.
Ci sarà di nuovo Mr. Big. Pare. Ma, da indiscrezioni carpite dal copione del primo episodio, il suo matrimonio con Carrie è in rotta. Non a caso, sarà presente anche Aiden, altro storico amore di Carrie e Natasha, ex moglie di Big.
Insomma, non sembra così difficile trarre conclusioni sulla direzione che potrebbe prendere la serie: non dissimile da quella che ha sempre avuto.
Eppure, la stessa produzione aveva annunciato di voler prendere le distanze dal passato, per adeguare la storia al mondo di oggi: la pandemia, il razzismo, i movimenti femministi, i social -pare che Carrie sbarcherà su un podcast, ospitato da Che Diaz (Sara Ramírez) una comica non binaria e queer.
Ma se le carte per giocare alla pari con le nuove, e a mio avviso giustissime, regole della comunicazione ci sono tutte, l’impressione generale è che di fronte alla scelta di stupire o restare ancorati alla comfort zone di una narrazione già collaudata, la produzione abbia scelto la seconda opzione.
Legittimo, ma un tantino preoccupante. Soprattutto dopo i film che sembravano aver concluso la serie.
In particolare il secondo: una storia quasi inesistente, che si regge su cambi d’abito alla moda, piccole crisi di mezza età e le solite dinamiche relazionali, risolte con qualche frase ben piazzata e un diamante.
Male, malissimo rispetto alle aspettative che la serie aveva messo sul tavolo nel ’98 e che, in effetti, già con il susseguirsi delle stagioni -6 in tutto- aveva un po’ perso di vista, smorzando la linea a suo modo rivoluzionaria e dissacrante, in favore delle vicende amorose delle protagoniste.
Forse adesso un bello scossone sarebbe stato salutare.
Sarà perché ho la sensazione che la comfort zone, mai come in questo periodo, somigli a una stanza accogliente solo finché non decidi di non uscirne più: perché a quel punto diventa una gabbia.
Sarà perché non c’è niente di più affascinante ai miei occhi, di una cosa rassicurante che cambia rotta per stupire, invece di adattarsi a qualcosa di prevedibile.
Sarà che essere in grado di comprendere la realtà, al di là del proprio orticello sentimentale di bisogni narcisistici, mi sembra la risposta migliore non solo all’evoluzione della serie, ma all’evoluzione della nostra realtà. Che sembra sempre più lontana da quella coscienza collettiva che porrebbe davvero fine a ogni polemica si certi temi.
Ma è ovvio che queste sono solo supposizioni di una fan molto curiosa, che probabilmente troverà comunque il modo di apprezzare anche questo revival. Perché come molti cult, si riescono a trovare sempre dei punti di appiglio che ti tengono ancorato.
Però, a questo punto, non so come reagirebbe un No-vax complottista, un Pro-vax avvelenato o un Nì-vax dubbioso, nel vedersi sviato dalle sue argomentazioni. Ma vista la situazione, il risultato promette di essere comunque più soddisfacente di quello che si ottiene dalle discussioni -social e non.
Anzi, azzardo di più. Confrontarsi con una serie che ha saputo rappresentare così bene una realtà e adesso è pronta a rimettersi in gioco, può rivelarsi utile. Perché se ci sembrerà nuova o uguale a se stessa, dipenderà anche un po’ da noi, da quanto siamo rimasti uguali a noi stessi.
E credo che questo sia un tema attuale e lo rimarrà per molto.
And Just Like That… anzi: e “non posso fare a meno di chiedermi” (concedetemi di chiudere come faceva Carrie nei suoi articoli):
“Siamo cambiati davvero, come abbiamo sperato durante il lockdown? O siamo ancora noi, solo con qualche ruga – metaforica e non – in più?”