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Noi, I Geriatrici dello zoo dei Millennial. Trentenni: tra sense of doubt, cambi stagione e reboot di cult senza tempo

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Si allentano le mascherine, si spostano i coprifuochi, aumentano le vaccinazioni.
Fare una corsetta è piacevole come infilarsi un fon in bocca, con l’aria calda sparata alla
massima potenza.
Tornano i diluvi a intermittenza, sincronizzati in modo impeccabile con il mio desiderio di
andare al mare.
Orietta Berti, Achille Lauro e Fedez hanno fatto un singolo; Morandi e Jovanotti, pure.
Si risvegliano gli spot delle creme anticellulite, che sono gli stessi di 20 anni fa, ma adesso
sfruttano – male – i messaggi body positive e dicono che non ti devi spalmare le cosce di
fango e insaccarle in una pellicola trasparente per essere bona, ma “per essere te stessa”.
“Ah vabbe’, allora è poprio arrivata l’estate” – mi sono detta – “Forse dovrei fare il cambio
stagione dell’armadio”.
Ma cosa vuol dire per me, trentacinquenne, nel mezzo del cammin di mia vita, fare ordine
nell’armadio?
Ebbene, nel mio caso, una decisione del genere equivale a svuotare cassetti, aprire ante,
lanciare abiti ovunque, chiedermi “perché lo sto facendo?” e lasciare tutto in disordine per le
seguenti settimane. Più o meno fino a settembre.
Del resto, non è questo che fa l’estate? Elettrizzarti con botte di entusiasmo fulminanti, che
si esauriscono dopo due minuti, perché fa troppo caldo?
Sì.
Ma quest’anno è diverso. Perché si dà il caso che, pochi giorni fa, io mi sia imbattuta in un
post su Ig che diceva: “Devi imparare a scegliere i pensieri, al mattino, come scegli i vestiti”.
La mia prima reazione è stata una lunga e scomposta risata, perché ho realizzato che prima
di imparare a scegliere i pensieri come scelgo i vestiti, dovrei imparare a scegliere i vestiti,
visto il rapporto instabile e emotivo che ho con l’armadio.
Però, quando ho formulato questo pensiero, mi sono accorta che in realtà è proprio questo il
punto: forse la stessa mancanza di controllo e consapevolezza che ho verso i vestiti, ce l’ho
anche verso i pensieri. Anzi, forse è proprio la prima a influenzare la seconda o viceversa,
ma che importa: “mettendo in ordine i vestiti, riordinerò anche la testa!” .
Così mi sono diretta verso l’armadio con il piglio della guru dell’economia domestica Marie
Kondo, la frivolezza di Carrie Bradshaw e il senso pratico di una protagonista di Sepolti in
casa.
Un mix micidiale che mi ha portato, in effetti, a una grande svolta: ho svuotato cassetti,
aperto ante, lanciato abiti ovunque, mi sono chiesta perché lo stessi facendo ma no, non
sono andata via lasciando tutto in disordine. Tutt’altro.
Mi sono guardata intorno, ho sorriso, ho aperto le braccia – è partita Perfect Day nella mia
testa – e mi sono lasciata andare sul cumulo di panni.
Come Renton quando affonda nel tappeto dopo una dose di troppo, in Trainspotting.
Come Mena Suvari tra i petali rossi di American Beauty.
Ma più che altro come una cretina. Infatti ho iniziato a muovere in contemporanea gambe e
braccia, come quando si cerca di fare “l’angelo” sulla neve.
Dopo pochi istanti, la mia stanza sembrava il finale di Zabriskie Point.
L’esplosione del confuso pot-pourri di abiti estivi e invernali, con accessori e cianfrusaglie
annesse, galleggiava a rallentatore sulla mia testa, mostrandomi la storia di ogni capo.
Una vera e propria tempesta neurovegetativa prima della morte del mio armadio e della mia
volontà di riordinarlo.

E proprio come si dice degli istanti che precedono la morte, mi è passata davanti tutta la vita
di quegli abiti: fasce per capelli anni ’80, crop top anni ’90, jeans a vita alta – questi
dovrebbero essere attuali; jeans a vita bassa, tuta Adidas, cravatta tartan anni 2000; borse
con frange e piume anni 70; abbigliamento per andare a correre; una serie di indumenti dalla
provenienza e dallo stile non pervenuti; camicia super precisa da colloqui andati male o
andati bene, per poi scoprire che quel lavoro non faceva per me. Del resto, se era
necessario presentarsi con una camicia super precisa, era ovvio non fosse il lavoro per me.
Insomma, la crisi identitaria-esistenziale-temporale mi si era parata davanti come un
macigno. Mentre tutto continuava a fluttuare nella stanza, mentre una fetta di sole
intrappolava il pulviscolo di polvere – ricordandomi che sarebbe anche ora di fare pulizie –
ero sul punto di arrendermi a me stessa e all’evidente impossibilità di ordinare abiti e
pensieri, quando mi è passata davanti la t-shirt di Bowie, sbiadita ma dall’immutato potere
salvifico.


E grazie a lei, infatti, un pensiero mi ha fatto risorgere dal delirio: “Ancora non ho guardato
Noi, I ragazzi dello Zoo di Berlino”.
E così ci sono ricascata: ho lasciato i detriti post atomici del mio armadio sparsi ovunque e
mi sono guardata tutta la serie in un paio di giorni.
Disponibile su Prime Video, per la regia di Philipp Kadelbach, la serie trae spunto dal libro
inchiesta del ‘78
– da cui fu tratto il film di Uli Edel dell’81 – che racconta la
tossicodipendenza di una tredicenne berlinese, Christiane F.
Ai tempi fu un successo enorme, per l’aspetto sconvolgente e crudo della storia che portava
in luce un sommerso di umanità giovanissima, completamente persa nel tunnel dell’eroina.
(il titolo originale è Wir Kinder vom Bahnhof Zoo, si parla appunto di kinder/bambini).
Dovevo vedere la serie, lo dovevo a me stessa.
Noi, I ragazzi dello zoo di Berlino è stato il primo libro, “rubato” dalla collezione dei miei, che
ho letto tutto d’un fiato, quando ero troppo piccola per capire davvero a fondo la
tossicodipendenza e il contesto storico di quegli anni.
Sono passata da Topolino al diario di una eroinomane in una notte.
Tipico di me.
Eppure mi è stata subito chiara, Christiane F.
Anche senza conoscere la droga, Berlino, Muri e certi drammi familiari, quel senso di vuoto
e sospensione l’ho riconosciuto, prima ancora di sapergli dare un nome. E di sicuro lo
riconosco ancora adesso, che so come chiamarlo: sense of doubt .
Il sense of doubt che apparteneva a lei, a quella generazione, ma in senso lato a tutti quelli
che cercano risposte in luoghi precari e indefiniti. Risposte a domande che non sanno
neanche di porsi.
E, non a caso, Sense of Doubt di Bowie è il pezzo strumentale che chiude il film.
Tratto dall’album Heroes del 1977 – secondo della trilogia berlinese, tra Low e Lodger, ma
l’unico ad essere registrato effettivamente a Berlino – Sense of Doubt è un pezzo oscuro ma
confortante, che disegna un’atmosfera oscillante, in grado di risucchiarti in una dimensione
altra, dove il cuore batte a una velocità diversa e per un attimo hai la sensazione che si
sciolga. Per l’esattezza, accade al minuto 1.46. Sì, l’ho calcolato.
Sense of Doubt ti conforta e ti getta a terra, ti ri-conforta e ti ri-getta a terra, ti illumina e ti
spegne. Come ogni dipendenza, in effetti. Niente di meglio per riassumere il senso e le
atmosfere di un vortice tossico come quello dell’eroina.
Quindi mi aspettavo di ritrovare queste sensazioni nella serie.
O quanto meno mi aspettavo si partisse da lì.

Invece Noi, I ragazzi dello zoo di Berlino parte con Rebel Rebel, altro pezzo di Bowie, ma
decisamente più noto, il cui riff è riconoscibile, ti resta in testa, l’intera canzone ha più livelli
di lettura ma sostanzialmente arriva a tutti.
Già questo potrebbe spiegare le intenzioni della serie e le differenze con il film e il libro.
L’abisso di una Berlino ancora divisa dal Muro sparisce e tutto ruota quasi esclusivamente
attorno al Sound, discoteca/punto di ritrovo di spacciatori e tossici, che per scenografia e
illuminazioni, però, potrebbe essere una qualunque pista da ballo contemporanea.
I visi sporchi e lo sguardo vuoto dei ragazzi della Bahnhof zoo, il loro aspetto di bambini
cresciuti presto e male, mentre barcollano sui tacchi e hanno le guance scarnificate sotto i
mullet biondo paglierino, diventano, nella serie, volti puliti e bellissimi di giovani dalle
sembianze molto più mature, con pellicce, amicizie fraterne e camminate a rallentatore,
come i “salvatori del pianeta” di Armageddon.
Bowie, idolo di Christiane, nella realtà così come nel diario e nel film, diventa citazione
ricorrente tra lp, poster, canzoni. Diventa persino motto, quando il gruppo di amici urla “ch-ch-ch changes!” tendendosi le mani, stile moschettieri con tutt’altra “spada”/siringa da
brandire.
La sua presenza è costante ma collegata in modo superficiale alla storia, a differenza del
film, dove compare in carne ed ossa, in una scena quasi profetica, solo per cantare Station
to Station
, e far intuire il viaggio di Christiane verso qualcosa di oscuro e allo stesso tempo
attraente, come sa esserlo la disperazione.
Come ha saputo esserlo Bowie, soprattutto in quel periodo.


La droga diventa quasi marginale. Pur essendo mostrati momenti crudi, la patina che riveste
il film, dalla fotografia alle riprese dall’alto di una Berlino da spot pubblicitario, svuota la
trama di peso specifico.
Si è più coinvolti dalle vicende amorose dei protagonisti, che nulla hanno da invidiare alla
vecchia Dawson’s Creek, tra amori, corna, sesso e piccoli, grandi drammi.
Il diario di una giovane esistenza sull’orlo del baratro, che già nel film risultava privata di
molti riferimenti sociali e riflessioni della ragazza sul contesto in cui viveva, è diventato un
teen drama che non sembra centrare nessun bersaglio preciso: non racconta il problema
dell’eroina che, dopo tanti anni dovrebbe essere chiaro, non è riconducibile solo alle colpe
dei genitori divorziati o altre semplificazioni; non racconta quell’epoca; non parla ai giovani di
oggi, coetanei di Christiane, che vivono un momento storico lontanissimo da quello
rappresentato; non coinvolge chi già conosceva questa storia ma non assiste né a un revival
nostalgico, né a una nuova e convincente interpretazione.
Le scene oniriche e surreali, forse un po’ didascaliche ma di effetto, sono la scelta stilistica
più interessante della serie. Forse, dando più spazio a questo aspetto e un po’ meno al lato
pop e glam, la narrazione ne avrebbe beneficiato.
La sensazione è che si sia scelto solo di riprendere un cult, tentando di attualizzarlo ma
provando ad accontentare un po’ tutti e quindi, come è ovvio, nessuno.
Il risultato è confuso e mostra l’identità opaca di un racconto che parla solo a se stesso.


…Oddio! Allora è come il mio armadio: un mosaico criptico e vago che si snoda tra 1980 e
2000, unito solo dal collante dell’incertezza di cosa davvero mi rappresenti.
Oddio. Allora forse somiglia proprio alla mia generazione.
I Millennial intendo. Quelli nati tra inizio anni ’80 e metà anni ’90. Quelli giovani ma non
ragazzini, quelli che hanno vissuto l’analogico, ma non così tanto da non essere pronti a
farsi travolgere dal digitale. Quelli che si ricordano cos’è una musicassetta, ma non possono vivere senza Spotify. Quelli che ci si aspetta siano già sistemati e il più delle volte non solo non lo sono, ma non aspirano neanche a esserlo.
In effetti i trentenni di oggi sembrano rimasti in mezzo, sparpagliati come i vestiti nella mia
stanza, tra i nativi digitali della generazione Z e quelli che danno del ‘lei’ su Facebook.
Siamo smembrati tra voglia di revival nostalgici – che infatti fioriscono in continuazione, uno
su tutti la reunion di F.r.i.e.n.d.s. – e la paura di restarne delusi, cosa che accade piuttosto
spesso.
Eravamo giovanissimi quando la rivoluzione digitale ci è esplosa in mano, abbiamo ancora il
diritto di avere grosse aspettative, ma le falle stanno venendo fuori e la prima conseguenza
è chiaramente la delusione. Allora la cosa più comoda sembra essere lasciarsi andare alla
malinconia, alla nostalgia, a un cumulo di panni arricciati e indefiniti, che rappresentano un
passato e un futuro scontornati in un presente continuo, in cui forse è il caso di fare ordine,
come diceva quel post su Ig. O forse è il caso di imparare a surfare su quel caos, con il
maggior grado di consapevolezza possibile. Proprio seguendo il ritmo di Sense of Doubt,
anzi il senso, quell’ondeggiare in basso e in alto tra luce e buio, in un chiaroscuro che
conceda le giuste sfumature di ricordi e nuovi approdi.
E giuro che tutto questo lo pensavo anche prima di scoprire che, in realtà, non sono proprio
una Millennial, bensì, tecnicamente, sono una Geriatric Millennial.
Ebbene sì, una Millennial geriatrica, che ha avuto l’onore di vivere gli albori della rivoluzione
digitale quando era giovanissima e ora si può fregiare del titolo di “geriatrica”.
Questo nuovo termine, coniato dalla scrittrice Erica Dhawan, indica una specie di
sottocategoria dei Millennial un po’ più anzianotta, che comprende i trentacinque-
quarantenni e avrebbe il super dono di sapersi rapportare al virtuale e al reale con la stessa
agevolezza, perché non è “né ingnorante della tecnologia né troppo assorbita da essa”.
Siamo maturi, insomma, perché sappiamo stare in bilico tra due mondi.
Siamo così maturi, che il termine Geriatric Millennials ha creato un putiferio di trentenni
risentiti, al punto che la scrittrice ha indetto un sondaggio su Twitter, che ha decretato un
nuovo nome per noi, Millennial affatto rancorosi della prima ora: Original Millenials.
Meglio. Giusto.
Perché Millennial sì, maturi ok, ma geriartrico lo vai a dire a tua nonna.


Oh, tutto è bene quello che finisce bene. Dovevo solo fare il cambio stagione e invece ho
scoperto una nuova identità.
Da oggi andrò in giro con le collane corte anni ’90, la borsa con le frange anni ’70, le ciabatte
pelose stile Ferragni e i capelli anni ’80. Tutto insieme.
O mi arrestano o divento influencer, ma di me stessa.