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Raccomandazioni #30: Azu Tiwaline/Al Wootton – Alandazu EP.

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Respiri percussivi dal Sahara a Londra.

Azu Tiwaline vuol dire “Gli Occhi del Vento” in lingua Amazigh. Donia, la persona dietro il nome d’arte, è una donna tuniso-cambogiana, cresciuta in Costa d’Avorio e poi in Francia, dove ha mosso i suoi primi passi attraversando tutto lo spettro delle musiche elettroniche da ballo, dalla techno alla 2-step al grime. Poi si è trasferita col suo camper nel Sahara tunisino, e ha cominciato a mettere in musica il richiamo di quella terra e di quello spazio desolato. Ne è venuta fuori una musica profondamente materica, basata sul patrimonio culturale dell’entroterra berbero della Tunisia e delle musiche delle sue popolazioni nere – in particolare lo stambeli, musica di trance e possessione importata nel paese nordafricano dagli schiavi subsahariani. Il suono di Azu Tiwaline è pressoché interamente fatto di percussioni – i loro incastri, i lori riverberi e le loro risonanze.

Al Wooton è il vero nome di un musicista inglese che prima si facesse chiamare Deadboy. Abbandonata la vecchia ragione sociale, ha prodotto album che esplorano in lungo e in largo l’hardcore continuum inglese, con un occhio al dancefloor ma anche una visione più cerebrale, fortemente influenzata dal dub. Il suo recente EP, “Callers Spring”, è fatto di puro ritmo, sotto il quale trapelano bassi profondi e sprazzi di synth, un techno-dub storto dalle sincopi dell’UK garage.

La collaborazione tra Azu Tiwaline e Al Wootton non è, dunque, una sorpresa. Già dal titolo, “Alandazu” è la somma dell’ispirazione dei due artisti. Anche questo EP è un disco pesantemente ritmico: di tutti i suoni che ascoltiamo, pochi non sono direttamente prodotti da percussioni elettroniche, o dalla loro manipolazione. L’iniziale Blue Dub è una pulsione inarrestabile: nasce da droni e atmosfere che richiamano le radici berbere di Azu Tiwaline, e accumula incastri di ritmi e spettri di dub, giocando per 7 minuti con dinamiche e tensione, fisicità ritmica ed echi atmosferici.

Light Transmission origina da un ritmo 2-step soffocato, che ben presto si sporca di percussioni “folk” e clangori lontani. Nine points fa il percorso contrario, emergendo da un desolato ritmo desertico per poi traghettarlo verso territori techno-dub. Last Scene chiude l’EP allontanandosi dai ritmi serrati per abbracciare un’atmosfera meditativa, quasi ambient, fatta di droni di basso e synth che emergono da profondità sottomarine.

Alandazu è un EP probabilmente semplice nelle intenzioni, nel suo incrociare trance percussiva, bass music e dub, ma la sua tensione tra fisicità e atmosfera lo rende un ascolto di cui è difficile stancarsi. Esce per Livity Sound, e lo potete ascoltare qui.